Alessio Pistoia, conosciuto artisticamente come SORO, è una delle voci più autentiche che si sta facendo spazio nella scena musicale italiana. La sua carriera ha toccato vette importanti, come la vittoria al Festival della Canzone Romana e la collaborazione con Natale di Solidarietà. Dietro i riflettori si nasconde una storia personale complessa, fatta di pause forzate e di battaglie interiori che lo hanno allontanato per qualche tempo dal palcoscenico.
La svolta è arrivata con un dolore profondo: la perdita della madre, Ornella. Da quel lutto è nata una nuova forza che ha ridato voce alla sua musica. Il nome SORO non è solo un’identità artistica, ma un tributo alla memoria della madre, simbolo di rinascita e amore eterno. Oggi il cantautore torna con una visione più consapevole, portando in scena canzoni che parlano di fragilità, speranza e resistenza, trasformando il dolore in luce.
SORO: “Quando scrivo e canto mi sento al sicuro…”
SORO, prima di immergerci nel Suo percorso artistico e personale, sappiamo che oggi è uscito il Suo secondo singolo: Che pensavi di me?. Ce ne vuole parlare?
Sì, esatto. Allo scoccare della mezzanotte di questo 11 settembre sono usciti la canzone e il videoclip. Non vedevo l’ora: è il mio secondo singolo e, a mio parere, è un brano d’amore fresco e giovane. Credo che chiunque possa identificarcisi.
È un’opera che ha dedicato a qualcuno?
Sì, l’ho dedicata alla mia compagna. Spero vivamente che piaccia!
Piacerà senz’altro. Il ritmo è coinvolgente ed è possibile riflettere attraverso le Sue parole. Complimenti!
Grazie.
Ci vuole raccontare chi è Alessio Pistoia?
Sono nato il 13 agosto del 1989 a Roma, per la precisione all’Ospedale Grassi di Ostia. Mia madre era al mare quando ha rotto le acque. Al momento, sono un imprenditore: ho un ristorante a Montefiascone.
Questa cosa che Lei sia nato al mare la dice lunga. La distesa d’acqua salata, da sempre ispirazione per i sognatori, avrà influito anche nella Sua predisposizione artistica…
Può essere (ride, n.d.r.). Fin da piccolo ho sempre amato la musica, suonavo in cantina con i miei zii e i miei amici. Rubavo la tastiera di mio padre e suonavo: la musica ha sempre fatto parte di me. L’artista che io amo follemente è Zucchero Fornaciari. Le sue canzoni hanno scandito ogni periodo della mia vita.
Cioè?
Ci sono diversi esempi, anche delle analogie. Zucchero aveva dedicato a sua nonna il brano Diamante: io avevo un grande rapporto con la mia di nonna, che era un po’ una seconda mamma. Lei amava questa canzone. Tant’è che, quando ci ha lasciato, ha scritto un pensiero per me nella sua agendina: “Quando partirò per un lungo viaggio, vorrei che Alessio cantasse la nostra canzone: Diamante di Zucchero”. Il giorno dell’ultimo saluto, in accordo con il sacerdote, la Chiesa, commossa, ha ascoltato il pezzo. Mia nonna era una persona che si faceva voler bene…

Tornando al Suo percorso artistico, Lei ha detto che ha iniziato da autodidatta durante le feste familiari.
Sì, esatto. Da piccolo, per gioco, io suonavo la chitarra e la tastiera. Ma alle scuole medie, presso l’istituto comprensivo Antonio Gramsci di Aprilia, ho iniziato un corso strumentale pomeridiano. In quel contesto, ho iniziato a studiare il violino.
Se Lei chiudesse gli occhi e tornasse al momento in cui si è innamorato della musica per la prima volta, che cosa vedrebbe e che cosa sentirebbe?
Ricordo il vinile di Bohemian Rhapsody dei Queen. E come dimenticare Walk of Life dei Dire Straits? C’è un aneddoto che mi fa sorridere legato a quest’ultima melodia. Avrò avuto al massimo 4 anni e chiedevo alla mia famiglia di farmi ascoltare la ‘canzone delle farfalle’ perché, quando avevo occasione di sentire quel motivo, pensavo alle farfalle. Ed è così che è diventata un caposaldo della mia infanzia. Con mio fratello Cristiano registravamo canzoni: abbiamo sempre avuto una predisposizione artistica spiccata. Infatti, anche lui è un cantante. PY è rapper, trapper e produttore davvero bravo.
C’è mai stata della rivalità tra voi due?
No, ci siamo sempre sostenuti.

Ma Lei come si è avvicinato al canto e al cantautorato?
La mia prima canzone l’ho scritta quando è venuto a mancare il mio cagnolino. Avrò avuto 11 o 12 anni. Sono sempre stato attratto dal cantautorato. Ascoltavo vari artisti e avevo mio zio che suonava la chitarra: era un bravo autore. Un interessante riconoscimento è arrivato durante un saggio. Avevo composto il brano Sentimento e Vanità sulle prime delusioni di un 16enne. All’epoca, avevo un qualcosa dentro che riuscivo a sfogare solo con la musica. Allora, il maestro Pietro Deiana mi ha chiesto di esibirmi con quel pezzo. Alla fine, il pubblico si è alzato in piedi applaudendo. C’è chi mi ha chiesto anche degli autografi. È stato tutto così inaspettato (ride, n.d.r.)!
A 16 anni che cosa succedeva ad Alessio?
Ho iniziato a trascrivere tutto ciò che mi accadeva in canzoni: pensieri, delusioni d’amore giovanili, riflessioni adolescenziali. Ho scritto anche per la mia prima fidanzata e sul mondo su cui mi stavo affacciando.
E nella vita quotidiana?
Sono sempre stato sportivo, uscivo con gli amici, aiutavo mio padre nel suo ristorante di Roma. Lì ogni tanto cantavo e organizzavo jam session con strumenti a disposizione. Era divertente conoscere altri musicisti.

Per quanto riguarda il punto di vista artistico?
In un locale di Roma, ho conosciuto il Maestro Alberto Laurenti, produttore di Franco Califano, che ho avuto l’occasione di incontrare personalmente, e Gabriella Ferri, tra gli altri. Lui mi ha preso sotto la sua ala. A mio giudizio, si tratta del più grande conoscitore della musica romana che abbiamo. Una persona con una preparazione musicale infinita. Mi ha spronato a fare del mio meglio sin dall’inizio. Infatti, diceva che Picasso poteva disegnare in modo semplice solo perché aveva già un bagaglio tecnico enorme. Così anche io dovevo avere una preparazione solida per poi poter spaziare nell’arte e mi ha incoraggiato a continuare a suonare ad orecchio. All’epoca, ho vinto il Festival della Canzone Romana con Nei rioni di Roma. Scrissi anche Guarda un po’ di più per il progetto Natale di Solidarietà, un brano sul disagio dei paesi meno abbienti. Con queste due opere, mi sono dedicato a temi più sociali, ma comunque con riferimenti personali. L’inizio di Guarda un po’ di più, infatti recita: “Io che passo la vita a desiderare, sperando che i miei sogni si possano realizzare, mi rendo conto che c’è chi resta indietro per colpa di chi pretende come me”.
Come ha trovato l’ispirazione per scrivere dei testi basati su uno stile di vita lontano dal Suo?
Ho sempre avuto una sensibilità, cruciale nella mia vita. Grazie a questa caratteristica, riesco spesso a mettermi nei panni degli altri. Proprio la sensibilità ha dato vita al periodo più difficile della mia vita.
Si sente di raccontarlo?
Assolutamente sì. Dopo un periodo in cui ho lasciato un po’ da parte la musica perché volevo dedicarmi alla mia gioventù e crescere personalmente, facendo dei viaggi, è arrivato un momento che ha segnato la mia esistenza. Nel 2017, mentre lavoravo per una nota telefonia, ho deciso di andare al concerto di Zucchero all’Arena di Verona. Lì ho avuto il mio primo attacco di panico. Pensavo di morire. Dopo ho iniziato ad avere paura di viaggiare, di uscire, persino di andare al supermercato sotto casa. Mi sono bloccato e ho smesso di scrivere canzoni, anche se continuavo a suonare per esercizio.

Come è stato svegliarsi al mattino e non avere più l’ispirazione?
Ai tempi avevo la testa occupata in altro. In quel momento, non avevo più nulla da dire. Ho approfittato di quei momenti per cercare di migliorare la mia tecnica, vocale e del pianoforte. È stato brutto, ma posso dire che sono cresciuto molto. Mi sono dedicato tanto alla mia crescita personale.
È riuscito a darsi una risposta per la questione degli attacchi di panico?
Sto ancora riflettendo con la mia terapeuta sulla ragione. Stiamo, però, arrivando alla conclusione che queste grandissime ansie dipendano dal fatto che io pensi troppo a ciò che accade a me, alla mia famiglia e al mondo. E, in un certo senso, avevo ragione…
In che senso?
Nel 2021 a mia madre è stato diagnosticato un cancro, che se l’è portata via nel giro di due anni. Era una donna forte, cercava di spronarmi. Io accumulavo ansie, camminavo di notte in casa senza pace, con paure ipocondriache. Non mi sentivo al sicuro.

Come ha vissuto il lutto da figlio e da artista?
Il lutto di mia madre, che per me era un’amica, una complice e una collega, mi ha fatto scattare un qualcosa dentro. Da figlio è stato devastante, ma è stato uno stimolo per cercare la forza di andare avanti e di curarmi. Quando è accaduta questa cosa, io ho capito che è importante vivere il momento, godere della vita giorno per giorno. Da artista, invece, mi ha dato l’input di ricominciare. Ho scritto la canzone La stella marina, brano che segna la mia rinascita, che è in preparazione. Con tutta l’umiltà del mondo, posso dire che è davvero un bel brano, molto toccante.
C’è un insegnamento che Sua madre Le ha trasmesso e che porterà per sempre con Lei?
Diversi. Uno in particolare è quello di dedicarsi completamente alle proprie passioni, al proprio lavoro, all’esistenza.
Il nome SORO è un omaggio alla donna che Le ha dato la vita…
Sì, esatto. Il mio nome d’arte deriva da questo episodio perché si tratta del cognome da nubile di mia madre. Si tratta di un’intuizione di una sera. Ero a casa e stavo pensando che ‘Alessio Pistoia’ apparteneva al passato ed è nato così.

In che cosa consiste questa rinascita artistica?
Ha avuto luogo con il titolo Le paure di andare via, il primo singolo della mia nuova carriera.
Che cosa rappresenta questa canzone?
Si tratta di un titolo che ho sperimentato sulla mia pelle. Ha un doppio significato: il timore di andare al supermercato sotto casa e, certamente, di morire. Nonostante sia un pensiero che io non ho mai avuto, ho potuto capire la sensazione che le persone che si tolgono la vita provano. Quel sentimento di totale apatia, di non voler reagire, di non voler più sapere nulla della vita. Fondamentale è stato, e continua ad essere, il mio percorso con la terapeuta.
Nel testo de Le paure di andare via Lei cita quelli che i ‘poeti maledetti’ chiamavano “paradisi artificiali”, ovvero alcool e droghe, che servivano per evadere dal mal de vivre che affliggeva il XIX secolo. Lei che ha sofferto di gravi attacchi di panico, crede che possano, in qualche modo, aiutare a staccarsi dalla realtà, malgrado gli effetti negativi?
Si tratta solamente di un’illusione. Io non giudico chi ne fa uso, ma penso che, anche se all’inizio sembrano calmare chi soffre, distruggono la lucidità. Ad esempio, io ho scelto di smettere di fumare e di bere alcolici o caffeina perché non volevo peggiorare le cose e far ulteriormente del male al mio corpo.
Qual è stato il momento in cui ha sentito che poteva di nuovo respirare e creare?
Sei mesi prima che morisse mia madre, circa, quando ho scritto una canzone per la mia ragazza, una persona molto comprensiva. A partire da lì, ho riavuto il desiderio di fare musica. Idea che poi ho preso in mano dopo la dipartita della mia mamma. Ero come un fiume in piena: ho scritto sei canzoni una dopo l’altra e ho partecipato a diversi concorsi, come Una Voce per San Marino e Musicultura. Ho ricominciato a fare molte cose!
Come è ritornato nel mercato musicale?
Sono tornato con il mio amico Parix Hilton. Lui ha prodotto Le paure di andare via e abbiamo deciso di intraprendere un percorso insieme…
Lei scrive anche in lingua inglese. Che cosa cambia nei tuoi testi quando si esprime nell’idioma di Shakespeare?
Sì, esatto. In inglese, cerco di essere un po’ più leggero, mantenendo comunque la mia profondità.
Congrats!
Thank you!
Proprio con un brano in inglese Lei ha partecipato a Una Voce per San Marino…
Sì, esatto. Ho presentato Today, prodotto con Daniele Spaziani, ed è piaciuto molto. È stata una bella esperienza che replicherò l’anno prossimo!

Qual è la cosa che vuole che chi La ascolta porti con sé?
Senza dubbio, le emozioni.
Che rapporto ha con il pubblico?
Quando mi esibisco sento che le persone si rispecchiano in quello che canto. Preferisco una lacrima a un applauso: per me l’emozione è la cosa più importante.
In scena ha mai avuto un attacco di panico?
Fortunatamente, devo dire di no. Sul palco mi sento libero e vorrei non scendere mai. Certamente, prima di iniziare, c’è sempre un po’ di trepidazione…
È d’accordo con la diva italo-francese Dalida, che sosteneva che questa apprensione, prima di andare in scena, equivaleva al desiderio?
Assolutamente sì. Io non vedo l’ora di esibirmi quando sono dietro le quinte. Una volta entrato, vorrei continuare fino a che non sento male alla gola.
Per cui è anche d’accordo sull’affermazione che per un artista l’ideale sarebbe morire in scena…
Certo!

Vorrebbe consigliare qualcosa alle persone che ora si trovano spaesate nel buio?
Consiglierei di cercare aiuto dai professionisti, dalla famiglia e dagli amici. Suggerirei di essere sinceri con sé stessi, senza nascondere nulla: non bisogna nascondersi perché non c’è nulla di male nell’avere delle fragilità.
A Suo giudizio, c’è difficoltà nell’essere sé stessi?
Sì, c’è. Perché all’inizio c’è la paura, la vergogna e il fraintendimento di ciò che si sta passando.
SORO e Alessio Pistoia sono la stessa persona?
Assolutamente sì. Io sono costantemente me stesso.
Se Lei potesse parlare all’Alessio del 2017, che cosa gli direbbe?
Di chiedere aiuto immediatamente, senza trascurare il problema. In più, gli direi di fare sempre quello che vuole e di essere ciò che è. Insomma, vivere pienamente e imparare anche dagli errori.

Il giudizio altrui La tocca?
Sì, specialmente un tempo. Ora ho imparato a contestualizzare gli eventi e ho più maturità nel gestire le critiche, da cui cerco di trarre degli insegnamenti.
Passiamo da un estremo all’altro: l’amore nella Sua vita che posto ha?
Senz’altro il primo posto: ogni persona ha bisogno di qualcuno o qualcosa da amare. È importante, prima di tutto, per sé stessi. Amandosi si può voler bene agli altri.
Lei è migliorato con l’amore?
Direi proprio di sì: ho fatto un cambiamento radicale (ride, n.d.r.).
Progetti futuri, professionali e personali?
Nel mio prossimo futuro, vorrei arrivare a più persone possibili con la mia musica. Infatti, l’anno che viene mi presenterò a diversi contest. Per saperne di più, la gente interessata può seguirmi sulle mie pagine ufficiali, come Instagram o Spotify. Per quanto riguarda la parte personale, mi piacerebbe moltissimo diventare padre. Ho già scritto un brano al riguardo, dedicato ad un bambino che ancora non è nato.
Per terminare la nostra intervista, come ha capito che la musica poteva essere una forma di terapia per le Sue angosce?
L’ho capito con la mia psicologa. Ogni volta che parlavo di musica, mi faceva notare che mi si illuminavano gli occhi ed ero più entusiasta. Quando scrivo e canto mi sento al sicuro.

Ringraziamo SORO per aver condiviso con generosità la sua storia, fatta di coraggio, amore e musica che sa trasformare le ferite in luce.
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