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Venezia 83, Robert Pattinson è un giornalista a caccia di pedofili in Primetime

Il film di Lance Oppenheim, in concorso alla Mostra di Venezia, racconta l’ascesa di Chris Hansen e del celebre programma To Catch a Predator, tra inchiesta, ricerca dello scoop e spettacolarizzazione della realtà

4 Min di lettura

Alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia arriva Primetime, il nuovo film del giovane regista americano Lance Oppenheim, con Robert Pattinson nei panni di Chris Hansen, il giornalista televisivo statunitense diventato celebre grazie al programma investigativo To Catch a Predator. Il film, presentato oggi in concorso al Lido, guarda agli anni Duemila per raccontare il confine sempre più labile tra giornalismo, intrattenimento e spettacolarizzazione della realtà.

Ambientato nel 2006, nel momento di massima popolarità della trasmissione andata in onda sulla NBC tra il 2004 e il 2007, Primetime ricostruisce il mondo di un programma che aveva fatto dell’inchiesta televisiva una forma di spettacolo. Hansen e la sua squadra, in collaborazione con le forze dell’ordine, organizzavano operazioni sotto copertura per smascherare adulti che cercavano online incontri con minori. Le telecamere seguivano le operazioni e il giornalista interveniva davanti agli obiettivi, affrontando i sospettati prima dell’arrivo della polizia.

Primetime a Venezia 83

È proprio questo meccanismo a interessare Oppenheim: non soltanto la caccia ai criminali, ma il modo in cui la televisione trasforma la scoperta di un reato in un evento destinato al grande pubblico. Nel film, la ricerca di ascolti e di una preda sempre più clamorosa finisce per diventare parte integrante dell’inchiesta, mettendo in discussione il ruolo di chi denuncia e quello di chi, contemporaneamente, costruisce uno spettacolo intorno alla denuncia.

Pattinson interpreta Hansen come un uomo consumato dal desiderio di successo e riconoscimento. Il giornalista appare costantemente teso, quasi ossessionato dalla necessità di mantenere il controllo della trasmissione e di trovare nuovi casi capaci di alimentarne la popolarità. Dietro la figura del severo censore televisivo emerge così un personaggio fragile e profondamente ambizioso, la cui vita professionale sembra progressivamente confondersi con quella privata.

Accanto a lui si muovono la produttrice del programma, impegnata a mantenere l’equilibrio tra le esigenze della rete e l’ossessione del conduttore per casi sempre più spettacolari, e un giovane attore scelto come esca nelle operazioni sotto copertura. Anche quest’ultimo vede nel programma un’occasione per ottenere visibilità e costruirsi una carriera, diventando a sua volta parte di un sistema nel quale la ricerca della notorietà coinvolge tutti.

Oppenheim sceglie di raccontare questa realtà attraverso un linguaggio visivo fortemente personale. Le immagini richiamano la bassa definizione della televisione analogica degli anni Duemila e la narrazione assume progressivamente un tono straniante e quasi allucinato, coerente con l’ambizione del regista di immergere lo spettatore nella percezione alterata dei suoi protagonisti.

La vera essenza del film

Prodotto da A24, Primetime nasce dunque con l’ambizione di riflettere sulla spettacolarizzazione della realtà e sulla progressiva confusione tra informazione e intrattenimento. Il film mette soprattutto sotto osservazione il meccanismo attraverso cui la televisione costruisce una rappresentazione del bene e del male, trasformando i presunti colpevoli in protagonisti di una sorta di processo mediatico davanti a milioni di spettatori.

Il risultato, però, secondo le prime valutazioni, appare più efficace sul piano visivo che su quello drammaturgico. La grande quantità di elementi estetici e narrativi rischia infatti di mettere in secondo piano le questioni più interessanti sollevate dalla storia, compresa quella relativa alla spettacolarizzazione dei responsabili dei reati e alla trasformazione della loro esposizione pubblica in una sorta di rito collettivo.

È su questo confine che Primetime prova a costruire la propria riflessione, utilizzando la televisione degli anni Duemila come specchio di un sistema mediatico nel quale la realtà, una volta portata sullo schermo, rischia inevitabilmente di diventare spettacolo.

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