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Venezia 83, Naza è il nuovo Watergate?

Grande attesa a Venezia per Naza, il docufilm che Barbera ha voluto portare a tutti i costi. Al centro il genocidio palestinese compiuto da Israele

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Naza è forse il film documentario più atteso a Venezia 83, sebbene non gareggi nella sezione principale. Questo prodotto vuole raccontare il genocidio che sta compiendo Israele. Yuval Abraham, coregista insieme Rachel Szor dice: “È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele” .

C’è chi si chiede se questo docu potrebbe suscitare un Watergate per Netanyahu?: “Watergate? Non penso proprio. Il muro della negazione in Israele è molto spesso e resistente per penetrarlo e attraversarlo. Il tema della strage di palestinesi, di cui parliamo nel film, non è proprio sul tavolo per quanto riguarda le elezioni imminenti in Israele”.

Venezia 83, Naza: la trama

Naza è stato giratodi notte sui tetti di Tel Aviv durante la guerra a Gaza, il film indaga i sistemi e le procedure con cui vengono pianificati gli attacchi aerei israeliani. Al centro c’è il termine “NAZA”, acronimo militare che indica il numero stimato di civili che potrebbero essere uccisi in un singolo raid.

Attraverso le testimonianze di ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana, protetti con alterazioni digitali di volto e voce, il documentario mostra come vengano prese le decisioni operative e politiche che portano agli attacchi, sostenendo che tali scelte abbiano avuto un ruolo determinante nell’elevato numero di vittime civili.

Il film nasce da un lavoro di tre anni e dalle inchieste di +972 Magazine, Local Call e The Guardian, trasformando materiale giornalistico in un dispositivo cinematografico che fa leva su parole, silenzi e ciò che resta fuori campo.

Naza a Venezia 83, al centro le vittime

Yuval Abraham, regista assieme a Rachel Szor di Naza, in conferenza stampa dice: “Il centro di gravità del film é l’uccisione stessa, le vittime stesse. Ci sono molte differenze tra l’olocausto (e quello che sta accadendo a Gaza), ma quando si dice ‘mai più mai più’ bisogna riflettere non solo sui fatti, anche sugli schemi applicabili o visibili nel nostro presente. Non sto dicendo che sia simile all’olocausto ma dovremmo riconoscere degli schemi di disumanizzazione che sono simili quando abbiamo un sistema di uccisione che, come dimostriamo nel film, ha come target per esempio le case delle famiglie”.

In realtà molte delle cose presenti nel film erano già state dette dal Guardian, da cui parte l’inchiesta: “Molte cose rivelate nel film erano state scritte, pubblicate dal Guardian e documentate dai giornalisti presenti a Gaza, ma era importante inserirli in un film perché é diverso quando sentiamo una persona parlarne davanti alle telecamere. Mettere pressioni su Israele per noi era la cosa più importante”.

Il film é stato inserito in concorso in extremis dal direttore artistico Alberto Barbera perché il film è stato chiuso più tardi del previsto: “Uno delle ragioni per fare questo film é che ascoltare le testimonianze degli ufficiali che hanno operato e progettato i sistemi di uccisione possa rendere difficile negare questi crimini. Diverse persone hanno parlato per diverse motivazioni: alcune hanno espresso rimorso, altre no, alcune hanno parlato in ebraico altre no, alcune hanno parlato addirittura con orgoglio sulla propria professione altre vergognandosene”.

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