La notte romana si è vestita di cinema lo scorso 23 ottobre 2025. Una luna pallida scivolava sopra i palazzi mentre fuori dal The Screen Cinemas di Roma la fila cresceva come un battito d’attesa. Gli occhi curiosi di chi arrivava riflettevano la stessa eccitazione che il Direttore Fabrizio Bucceri, uomo di cinema e di cuore, ha raccontato di riconoscere nello sguardo di ogni bambino che entra in sala per la prima volta: “C’è sempre quel bagliore, l’attimo in cui la realtà si ferma e inizia la magia”.
Questa magia aveva un nome inciso su ogni bocca: RIP, titolo del primo lungometraggio firmato da Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis. Una coppia artistica che, dopo aver collezionato premi e riconoscimenti nei festival internazionali con cortometraggi come Buffet e Medley, approda finalmente sul grande schermo con un film che parla della morte per raccontare la vita.
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RIP, una ghost story che respira come un romanzo umano
RIP, presentato in anteprima al festival Alice nella Città, prodotta da NVP Studios e distribuita da FilmClub Distribuzione. La storia segue Leonardo Morucci (un intenso Augusto Fornari), romanziere disilluso e autore di necrologi solitario, la cui esistenza è sconvolta dall’irruzione di un gruppo di fantasmi sorprendentemente vitali.
Tra loro, lo spettro di suo padre Marcello (un carismatico Valerio Morigi), morto da poco e tornato alla vita in una versione giovane, scanzonata e priva del ricordo della sua paternità anaffettiva. Padre e figlio, separati da un silenzio lungo una vita, si ritrovano a viaggiare insieme in una Roma sospesa tra realtà e immaginazione, tra passato e presente, tra il Cimitero Monumentale Verano e la dolce vita capitolina.

Accanto a loro, appaiono le anime inquietate e poetiche di Adelaide (una magnetica Giulia Michelini) e Beatrice (una luminosa Nina Pons), spiriti di epoche lontane che, attraverso Leonardo, cercano la propria libertà. Nel cuore di questa danza tra vivi e morti, si staglia la figura di Lara (una vibrante Caterina Gabanella). Una donna enigmatica che diventa per Leonardo una possibilità, un varco verso la vita.
Accanto a loro anche Habib (un autentico Maurizio Bousso), giovane venditore di kebab dal sorriso sincero, figura concreta e affettuosa che riporta leggerezza e umanità. Un viaggio pieno di sorprese e riflessioni, osteggiato da Ivano (un dicotomico Simone Montedoro). Il tutto è accompagnato da una colonna sonora inedita firmata da Daniele Silvestri e Klangore Factory, che alterna ironia e malinconia, trasformando ogni scena in una piccola esperienza emotiva.





Un’opera corale che vibra di umanità
La pellicola si rivela presto un affresco di anime. Ognuno dei personaggi, principali o secondari, brilla per autenticità e misura. Augusto Fornari dà vita ad un uomo che fa un’evoluzione non indifferente: “Questo film è ciò che una volta si chiamava un romanzo di formazione. Una cosa che a me piace molto è che Leonardo non ha proprio il giudizio delle cose, le analizza e non le giudica. Questa è una cosa interessante del mio personaggio”.
Valerio Morigi, con la sua interpretazione, regala al pubblico un protagonista memorabile: “Marcello è un libertino, un tabagista, imprigionato negli anni ’70, nella mentalità e nella joie de vivre. Passa dalla superficialità alla leggerezza, ma quella vera, quella che nasce dal perdono”. Giulia Michelini incanta nel ruolo di Adelaide, la levatrice del Basso Medioevo: “Adelaide è una popolana condannata per stregoneria. Il suo spirito non trova pace, rimane terreno. (sorridendo, n.d.r.) Se avete voglia di vivere, andate a vedere RIP!”.



Nina Pons, nei panni della giovane Beatrice, offre una performance forte e fragile allo stesso tempo: “Beatrice ha vissuto poco. Vuole amare, scoprire il mondo. Non vuole perdersi nemmeno un istante, perché ha perso troppo tempo”. Caterina Gabanella, che regala il suo corpo a Lara, delizia con una riflessione che racchiude il cuore del prodotto: “Un momento di felicità non si riconosce mentre si vive, ma dopo, quando rimane nel ricordo diverso dal resto”.
Maurizio Bousso, nel ruolo di Habib, dona simpatia e calore: “Habib è un ragazzo furbo, lavora al suo chiosco di kebab e si trova coinvolto in questa storia assurda. È un testimone inconsapevole di un viaggio tra la vita e la morte”.



Tra verità e surrealtà: la Roma dei vivi e dei morti
RIP è una commedia fantastica che si muove tra i viali ombrosi del Verano e una Roma crepuscolare e moderna, sospesa tra la nostalgia e la frenesia del presente. La città si trasforma in un teatro dove i secoli dialogano tra loro e i fantasmi diventano gli osservatori più lucidi dell’uomo contemporaneo.
Sono molteplici le riflessioni che l’opera offre. Una è quella sull’essere soli in ogni caso. Pur impegnandosi in ogni modo per scongiurare l’isolamento fisico sulla Terra, l’individuo non riesce a sfuggire alla solitudine dell’animo. Un cinico Leonardo nei primi minuti ci dice: “Meglio sentirsi soli da soli che soli in compagnia”. Adelaide e Beatrice sono anime che non hanno trovato pace, intrappolate in un limbo terreno che somiglia, per molti versi, all’indifferenza del mondo attuale. Proprio per questo, il personaggio di Michelini, entusiasta di trovarsi in una Piazza del Popolo colma di gente, riconosce la superficialità della gente odierna: “Vi lasciate attraversare dalle cose senza che nulla vi rimanga addosso”.
Queste frasi si innestano in una tessitura narrativa ricca di poesia, ironia e malinconia, dove la commedia si fa metafora. La filastrocca della ranocchia, che ricorre più volte, diventa un piccolo manifesto esistenziale: l’animaletto verde che sogna il mare e comprende che solo rischiando di annegare può davvero vivere. Un’allegoria della finitezza che non spaventa, ma invita ad andare oltre. E quando la Morte stessa, con voce roca e sorriso disarmante, parla in dialetto romanesco, il tono si fa intimo, familiare, quasi consolatorio. È la saggezza popolare che smorza la paura e insegna l’accettazione del destino.

Applausi, abbracci e verità: il cuore di un prodotto audiovisivo ben riuscito
Alla fine della proiezione, la sala del The Screen Cinemas è rimasta per un momento sospesa nel silenzio, come se le persone commosse avessero bisogno di qualche secondo per tornare nel mondo reale. Poi, un applauso lungo, caldo, sincero ha riempito la serata romana. I registi, il cast e le maestranze, travolti dall’entusiasmo e dall’emozione degli spettatori, hanno raccontato con semplicità e commozione la loro avventura.
All’accendersi delle luci, Valerio Morigi ha rotto il silenzio con una frase piena di affetto: “Grazie alla mamma e al papà di questo film, voluto dall’inizio”. Un riconoscimento sentito per Santa De Santis e Alessandro D’Ambrosi, che hanno creduto nel progetto fin dall’inizio. Caterina Gabanella ha poi sottolineato la difficoltà di oggi nel produrre un lavoro “fatto col cuore” in Italia: “Ci sono tantissimi filtri, bandi, finanziamenti e logiche di mercato imposte dalle major. Eppure, RIP è un esperimento del cuore, libero”.
Alessandro D’Ambrosi, oltre che i suoi attori ed i professionisti che hanno collaborato, ha voluto ringraziare Luca Saviotti, responsabile degli effetti speciali, capace di passare dall’animazione digitale al pennello, dalla supervisione tecnica al gesto più umile: “Andava sul set all’alba, non solo per gli effetti digitali, ma anche per dipingere una scenografia. È stato un gesto di amore per il cinema”. E proprio Saviotti, con voce commossa, ha definito quella lavorazione: “Un’esperienza indimenticabile, che ha unito le maestranze come non mi capitava da anni”.

Per D’Ambrosi la ricompensa più grande resta semplice e profonda: “Essere riusciti a tenere compagnia al pubblico, a smuovere qualcosa dentro, tra una risata e un sentimento”. Invece De Santis ha offerto un pensiero che racchiude lo spirito dell’opera e della vita stessa: “Bisogna accumulare più momenti belli possibile, per avere tanti paradisi a disposizione da scegliere”.
Un pensiero che si lega al loro amore dichiarato per il cinema in sala, che entrambi difendono con passione: “Vedere un film al cinema con degli sconosciuti è un rito collettivo antico. Tutte le emozioni si amplificano e diventano qualcos’altro”. La sala, per loro, resta un luogo sacro, un momento che ci si dedica, un atto di resistenza e di fede in ciò che di umano ci tiene ancora uniti.

RIP, INTERVISTA ESCLUSIVA ai registi e al cast
Alla fine della proiezione, tra i sorrisi e la commozione dei presenti che lentamente lasciavano la sala, Il Difforme ha avuto l’occasione di intervistare i registi Santa De Santis e Alessandro D’Ambrosi insieme ad una parte del cast. Un dialogo a cuore aperto sul film, sulla vita, sulla paura della morte e sul coraggio di viverla fino in fondo.

Com’è nata l’idea di raccontare la storia di Leonardo e del suo incontro con i fantasmi del passato?
Santa De Santis
L’idea nasce da un timore primordiale che tutti abbiamo: la paura della morte. Ma c’è anche una ragione più personale. Avevamo scritto la storia prima che accadesse, ma poi ho perso mia madre. Era una donna incredibilmente intelligente, ma non molto affettuosa, o almeno così mi sembrava. Dopo la sua morte, tra le sue cose ho trovato un quaderno delle scuole medie. In un tema raccontava una passeggiata all’alba sulla spiaggia, osservando i pescatori che tornavano con le reti piene di pesci. C’era una tenerezza che non le avevo mai riconosciuto. Dov’era finita quella parte così emotiva, empatica, romantica? Forse l’aveva persa per alcune scelte sbagliate, per le ferite. Da lì è nata una riflessione: come sarebbe incontrare i nostri genitori quando erano più giovani di noi, prima che la vita li indurisse? Con i loro sogni e la poesia che spesso si perde. RIP è un invito a non smettere di cercare quella poesia. È stata una coincidenza: avevamo scritto prima dell’accaduto, ma è diventato inevitabilmente anche un modo per ritrovarla. Noi scriviamo insieme da 20 anni. È il nostro primo lungometraggio, ma abbiamo sempre amato la dimensione fantastica: quella che ci consente di essere più liberi.
Effettivamente, le vostre opere hanno sempre un tocco surreale. Quanto è importante mantenere la libertà espressiva, anche a rischio di scontrarsi con logiche commerciali?
Santa De Santis
Oltre al cinema, lavoriamo anche nella pubblicità. Questo ci ha insegnato a infilare le nostre storie anche in contesti che non nascono da noi. Ci chiedono qualcosa e noi apriamo il nostro ‘cassettino’ di storie, cercando di metterci sempre un po’ della nostra anima. Non abbiamo mai accettato un progetto che non rispecchiasse almeno in parte i nostri valori. La libertà artistica è qualcosa che difendiamo, anche quando significa dire di no.
Voi registi siete un’istituzione nel mondo dei cortometraggi, ultimo in ordine di tempo Nereide, presentato a Venezia 82. Quali sfide avete incontrato nel fare il grande salto al lungometraggio con RIP?
Alessandro D’Ambrosi
“Un’istituzione del cortometraggio” mi piace! (ride, n.d.r.).. In effetti, militiamo da anni in quel mondo, portando i nostri lavori in festival internazionali. Ma la vera differenza tra corto e lungo, per noi, non è il metodo: è la quantità di tempo e di lavoro. Il nostro approccio è sempre lo stesso: cura, precisione, preparazione. Fare cinema è come sbarcare sulla Luna: arrivi sul set e ti manca un bullone, e quel bullone ti costa una giornata di vita e di soldi (ride, n.d.r.). Per questo prepariamo tutto con meticolosità maniacale. Con pochi mezzi e progetti ambiziosi serve ancora più organizzazione: previsione, disciplina, e tanta passione.
Santa De Santis
E poi siamo in due. Non essendo una sola voce, dobbiamo confrontarci costantemente, capire dove siamo nella storia, quale emozione o immagine vogliamo trasmettere. Arriviamo sul set già perfettamente accordati, una macchina da guerra. E la vera creatività nasce proprio nei limiti. Giriamo solo ciò che poi monteremo, risparmiando tempo ed energie e rendendo tutti consapevoli di ciò che stiamo costruendo. Con gli attori lavoriamo tantissimo, spiegando anche come gireremo ogni scena, non solo cosa stiamo raccontando…
Valerio Morigi
Infatti, sui lati delle pagine della sceneggiatura c’erano i disegni delle inquadrature!
Alessandro D’Ambrosi
Sì! Mappe, planimetrie: “Tu sei qui, poi ti sposti qui”. Un lavoro enorme. Il fratello di Luca Saviotti, Giordano, è uno dei migliori storyboarder d’Italia: ci ha aiutato a visualizzare ogni dettaglio. Ore e ore di riunioni, idee, carta e penna. Ma è il lavoro più bello del mondo, quindi non ci pesa.
Il film parla di riconciliazione con sé stessi e con il passato. Cosa sperate arrivi al pubblico?
Santa De Santis
Che impari a godersi la vita fino in fondo, a collezionare i momenti belli: sono loro che rendono una vita preziosa.
Alessandro D’Ambrosi
E anche i momenti brutti. Perché sono quelli che ti fanno capire il valore di quelli belli. Non possiamo scegliere cosa ci accade: dobbiamo avere il coraggio di accettarlo tutto, di non tirarci fuori dalla battaglia della vita. È solo affrontandola che possiamo goderci davvero i momenti di felicità.
Se doveste descrivere il film in una sola parola?
Santa De Santis
Rinascita!
Se poteste far tornare un fantasma dal vostro passato, chi scegliereste?
Valerio Morigi
Mia nonna. È una delle persone che mi mancano di più, uno dei miei fantasmi più grandi.
Alessandro D’Ambrosi
Mio nonno. Era un avventuriero, un viveur, un automobilista, un aviatore, un gaudente. Si sapeva godere la vita. Da bambino non lo ascoltavo quasi mai, oggi pagherei per riascoltarlo. Era pieno di aneddoti, di esperienze meravigliose. Ora ne ricordo solo un decimo, ma è un tesoro che porto con me.
Santa De Santis
Senza dubbio mia madre…
Caterina Gabanella
Anche io direi mio nonno. Era un pianista, l’unico artista della mia famiglia. Tutti correvano, lui no: si fermava e mi insegnava gli odori dei fiori. Mi faceva indovinare le fragranze che avevamo imparato insieme.
Nina Pons
Io vorrei conoscere Monica Vitti. Ma se penso al mio passato, direi il padre di mia madre. È morto quando lei era adolescente e, dai racconti, tutti dicono che era un figo pazzesco! Affascinante, gentile, un amante della natura e degli animali. Mi dispiace non averlo conosciuto!
Il film mette in scena diverse forme di violenza e sopraffazione subite dalle tre protagoniste femminili. Non solo a livello fisico ma anche psicologico, come la negazione della libertà e l’imposizione di scelte. Al momento di girare e interpretare queste scene intense che toccano la violazione della donna, cosa scatta nell’attrice per riuscire a rendere il ruolo con autenticità ed efficacia emotiva?
Nina Pons
Per interpretare ruoli così intensi, è fondamentale trovare dei paralleli emotivi con la propria vita personale. L’atto di compiere una scelta estrema, come quella del mio personaggio, senza svelare troppo, non è solo un enorme atto di ribellione per una ragazza dell’epoca, ma rappresenta una separazione gigantesca da tutto ciò che conosce. Il mio lavoro consiste proprio nel trovare quella grande ‘separazione’ che posso inserire nell’interpretazione e comprendere cosa spinga a lasciarsi andare in un modo così radicale. C’è un grande lavoro di ricerca e conoscenza profonda del personaggio, ma soprattutto di immaginazione, per colmare le distanze tra me e il ruolo. Questo è il lato meraviglioso della recitazione: dove l’esperienza personale non arriva, subentra l’immaginazione.
Caterina Gabanella
Io, invece, parto con un intenso lavoro di fantasia e preparazione. Scrivo molto e immagino tutte le possibili sfaccettature del personaggio. Una volta sul set, mi concentro esclusivamente sul qui e ora. Mi lascio alimentare completamente dall’attore che recita con me; cerco e trovo quei dettagli nella sua performance che fanno scattare in me le risposte emotive necessarie, e a quel punto le amplifico. È un dialogo vivo.
In un’epoca di politicamente corretto, come si fa a restare liberi nell’arte?
Alessandro D’Ambrosi
Le limitazioni a volte sono giuste: aiutano a sviluppare sensibilità e rispetto. Il problema nasce quando diventano bandiere, dogmi, imposizioni che tolgono spontaneità, ironia e autoironia. L’arte deve poter sbagliare, rischiare, far sorridere e far pensare. Altrimenti muore.
Perché parlare di morte attraverso la commedia?
Santa De Santis
Perché volevamo parlare della vita. La morte, in fondo, è solo uno strumento. È quando la sfioriamo che ci rendiamo conto della finitezza del tempo e del valore di ogni istante. Solo in quel momento comprendiamo davvero cosa significa vivere fino in fondo.
Un momento del set che porterete per sempre con voi?
Santa De Santis
Io direi l’ultima scena. Tutti dovevano piangere per copione, ma piangevamo anche per davvero: era la fine di un viaggio. C’era un tappeto di singhiozzi in sala che abbiamo dovuto coprire in post-produzione. È stato uno dei momenti più commoventi della nostra vita.
Grazie!
Grazie a voi. Vi aspettiamo al cinema!
Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis
Domenica 26 ottobre saremo al The Screen Cinemas di Messina e di Milazzo, rispettivamente alle 19.00 e alle 20.30 insieme a Valerio Morigi e Nina Pons. Con noi anche il produttore Alessandro Gatto. Lo stesso accadrà lunedì 27 presso all’E-Planet di Siracusa alle 19.30 e a quello di Catania alle 21.45.

Un lavoro sensibile da non perdere
“Solo negli istanti di pura felicità riusciamo a sconfiggere il tempo” è una delle frasi che restano addosso, insieme al sorriso finale. In RIP, la morte non è una fine, ma un’occasione. Un confine da attraversare per ritrovare il senso delle cose, per ricordarci che ogni giorno possiamo creare il nostro piccolo paradiso, nonostante le difficoltà.
La commedia di D’Ambrosi e di De Santis è una carezza: attraverso la sensibilità e l’innovazione delle quattro mani, insegna che la vita è fatta di attimi e che ogni momento può essere eterno. Quando le luci si sono riaccese, il pubblico è uscito con gli occhi lucidi e un sorriso sottile: quello di chi, almeno per un paio d’ore, ha ritrovato un po’ di sé. Perché, come dice Adelaide: “Senza una conclusione, nulla ha più significato”. Ma forse la conclusione, in fondo, non è mai la fine. È solo l’inizio di un nuovo capitolo.

Un sentito grazie ad Alessandro D’Ambrosi, Santa De Santis, al meraviglioso cast e a tutte le maestranze che hanno dato vita a RIP, insieme al gentile e appassionato staff del The Screen Cinemas di Roma e al Direttore Fabrizio Bucceri, custode della magia del cinema e dello stupore negli occhi di chi lo ama.
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