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Il diavolo veste Prada: un universo che non ruota intorno alla “bellezza interiore”

Era stato Stanley Tucci a ricordarlo in relazione all’industria della moda nel cult del 2006 ma è un’idea che rimane ancora oggi più attuale che mai. Sarà il sequel in grado di continuare a dimostrarlo, ripartendo da dove ci aveva lasciato il primo diavolo veste Prada?

2 Min di lettura

A pochi giorni dall’uscita de Il diavolo veste Prada sui grandi schermi, mentre in tutto il mondo si stanno susseguendo le premiere, c’è qualcosa da dire su quello che ci aspetta. Come fa un cult come quello del 2006 ad avere un sequel degno di nota?

A partire da quell’idea cheIl diavolo veste Pradaha creato in molte ragazze e dal segno che ancora oggi è in grado di lasciare, a distanza di quasi vent’anni. Un canone di perfezione che nel mondo della moda esiste e che lo rende esclusivo.

Il diavolo veste Prada e il concetto di bellezza

Ma quanto è importante la bellezza interiore? Una domanda cheStanley Tucci fa ad Anne Hathawaynel film. Un’idea quasi irrilevante nella pellicola e che, effettivamente, anche nella realtà molti sembrano aver dimenticato.

Lamodaè un sistema chiuso, riservato a pochi e in cui è difficile accedere, ma che allo stesso tempo per molti rimane ancora tanto attraente e affascinante. Un universo dove tutto sembra perfetto, un lusso a tutti gli effetti.

Ma c’è un’idea da tenere a mente:quel film è un cult che ci fa sognare, ma rimane pur sempre un film. Quella raccontata da Il diavolo veste Prada corrisponde a una realtà che non tutti sono disposti ad accettare davvero.
E Forse è proprio questo contrasto tra sogno e realtà ad aver reso il cult così iconico nel tempo.

Se già la pellicola del 2006 aveva iniziato a fare i conti con questa verità, la curiosità per il secondo capitolo cresce sempre di più: sarà la parte due in grado di dimostrarlo ancora? O virerà su un altro argomento?

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