L’annuncio delle candidature ai David di Donatello,arrivato il primo aprile scorso, ha riportato al centro del dibattito non solo i film in corsa, ma anche lo stato di salute del cinema italiano. Più che una fotografia neutra dell’annata,la selezione sembra infatti raccontare una storia fatta di conferme, qualche apertura e diverse tensioni irrisolte.
Tra i titoli più presenti spiccaLe città di pianuradi Francesco Sossai, vera sorpresa di questa edizione.Il film, sospeso tra malinconia e disincanto, segue un’umanità marginale in un Veneto notturno e rarefatto. Il suo successo nelle candidature suggerisce una certa voglia di rinnovamento, o almeno di attenzione verso un cinema meno convenzionale rispetto ai canoni più istituzionali.
Leggi Anche
Poche novità, molti nomi che si ripetono: i David un circuito chiuso?
Accanto a questa novità, però,si impone ancora una volta il peso delle grandi firme.La graziadi Paolo Sorrentino si conferma uno dei pilastri della stagione: un’opera che riflette sul potere e sull’identità con lo stile tipico del regista napoletano, già da anni presenza costante nei premi. Lo stesso discorso vale perLe assaggiatricidi Silvio Soldini, adattamento storico che dimostra ancora una volta la continuità di un autore capace di attraversare decenni senza perdere rilevanza.
La sensazione complessiva è quella di un sistema che tende a orbitare attorno a nomi ben noti.Nelle categorie delle cinquine ritornano infatti anche Mario Martone e Paolo Virzì, autori che negli ultimi anni hanno costruito una presenza quasi strutturale all’interno dei David. Questo ripetersi di candidature, se da un lato garantisce qualità e riconoscibilità, dall’altro alimenta il sospetto di una certa chiusura, come se il rinnovamento faticasse a trovare spazio stabile.
Non stupisce quindi che le polemiche siano esplose subito dopo l’annuncio.Alcune esclusioni hanno fatto rumore, soprattutto perché riguardano film che avevano raccolto attenzione critica o un buon riscontro di pubblico.Ancora più significativo è il solito scollamento tra premi e botteghino, incarnato anche quest’anno dall’assenza quasi totale del cinema più popolare. Il caso del film di Checco Zalone è emblematico: enorme successo commerciale, ma scarsa considerazione nei circuiti dei premi.
I pronostici dei David sempre più banali?
A questo si aggiungono discussioni ormai ricorrenti sulla rappresentanza e sull’accesso ai finanziamenti, segno che il problema non riguarda solo i titoli in gara ma l’intero ecosistema produttivo. I David finiscono così per diventare non solo un riconoscimento artistico, ma anche un terreno di confronto politico e culturale.
In questo contesto, fare pronostici risulta quasi semplice: i nomi sono sempre quelli, ma alcune tendenze sembrano emergere su altre.Le città di pianuraparte in vantaggio per il numero di candidature e per l’effetto novità, mentreLa graziapuò contare sul prestigio internazionale di Sorrentino e su un linguaggio più vicino ai gusti dell’Accademia.Le assaggiatrici,più classico e rigoroso, potrebbe invece ritagliarsi uno spazio importante nelle categorie tecniche o di scrittura.
Al di là dei vincitori, ciò che colpisce è il ritratto complessivo che emerge: un cinema italiano divisotra continuità e cambiamento che non esplode, tra autori consolidati e nuove voci che cercano spazio, tra riconoscimento critico e consenso del pubblico. I David di quest’anno ci lasciano col dubbio che questa istituzione sia ormai troppo vecchia e conservatrice, incapace di cedere il passo al cambiamento.
© Riproduzione riservata













