C’è una Capri che il cinema ha raccontato infinite volte: quella delle terrazze assolate, del lusso, del mito immortale da cartolina.E poi c’è la Capri di Caprilegio, il docufilm scritto e diretto daMargherita Laterzainsieme a Rosa Maietta, che tenta invece di scendere sotto la superficie dell’incanto per cercare qualcosa di più profondo, ambiguo e irrisolto.
Quella di Margherita è unaricerca continua di libertà e identità, la stessa che la accosta aMargarete Bielschovsky, figura centrale del documentario e donna di cui la regista ricostruisce la storia attraverso unviaggio tra memoria personale e collettiva.
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Il racconto di Margherita Laterza parte dalla morte della nonna Carmelina e da una lunga indagine genealogica che la conduce appunto a Margarete Bielschovsky, donna ebrea tedesca fuggita dalla Germania nazista negli anni Trenta dopo la perdita del marito e del figlio. Ma Margarete non è solo figura storica, infatti diviene anche presenza che attraversa generazioni:un simbolo di resistenza femminile, indipendenza intellettuale e capacità di sopravvivere allo sradicamento.
Anche se la regista e la signora tedesca vivono in tempi lontani cronologicamente, in realtà sono unite dalla stessa tensione, quella versol’indipendenza. “Vorrei che di lei ci fosse tantissimo in me, quello in cui mi rivedo è l’indipendenza intellettuale, quindi la volontà di prendere delle decisioni con la mia testa, senza sottostare ai dettami della società” ci racconta Margherita Laterza al margine della proiezione all’Azzurro Scipionidi Roma.
Si tratta insomma dilibertà di scegliere chi essere, di sfuggire alle definizioni imposte, di abitare il dolore senza lasciarsene distruggere. Una libertà che nel film assume spesso una forma femminile e quasi mitologica, incarnata dalla sirena, presenza evocata e mai completamente visibile.La sirena di Caprilegionon è soltanto un simbolo estetico, è memoria, identità che non si lascia catturare, desiderio di andare oltre i confini sociali e culturali.
Quest’immagine -confessa la stessa Laterza- richiamaPartenopedi Paolo Sorrentino, altro racconto recente in cui il femminile diventa figura di seduzione, malinconia e mistero. Ma mentre nel cinema di Sorrentino il mito tende spesso a trasformarsi in contemplazione estetica, Caprilegio sceglie una strada più intima: quella della ricerca personale.
E poi l’attenzione è inevitabilmente anche sul titolo del docufilm. Caprilegio gioca sulla doppiezza:Capri e sacrilegio, bellezza e inquietudine, attrazione e smarrimento. L’isola appare magnetica ma anche pericolosa, quasi ipnotica. Un luogo dove convivono il fascino della meraviglia e “l’attrazione verso il vuoto”, la stessa sulla quale Margherita pone l’accento nel dibattito dopo la proiezione.
Nel documentario la bellezza non è mai consolatoria. È qualcosa che salva e, allo stesso tempo, ferisce. È la bellezza della memoria, delle identità sopravvissute al dolore e all’esilio. Nel film viene ricordata una celebre frase di Dostoevskij:“la bellezza salverà il mondo“. Ebbene oggi questa citazione assume un significato tanto reale quanto fragile di fronte alle contraddizioni del presente.
“Alcuni luoghi, con la loro bellezza, ci ricordano che c’è ancora molto da salvare e che dovremmo impegnarci a proteggere questi posti, invece di distruggerli per interessi personali”, racconta Laterza, trasformando Capri non solo in uno spazio fisico ma nel simbolo di tutto ciò che rischia di essere perduto.
Insomma, questa diventa quasi una metafora del presente: come l’isola tanto cara alla regista appare continuamente minacciata dall’avidità, dalla speculazione e dalla perdita della memoria, anche il mondo contemporaneo vive una frattura tra ciò che meriterebbe di essere custodito e ciò che viene invece consumato con superficialità. E proprio qui si interpone un’esigenza ostinata e tanto attuale nel contesto internazionale di oggi:continuare a cercare la bellezza anche quando sembra scomparsa.
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