Da oltre trent’anni istituti di ricerca nei principali Paesi avanzati segnalano l’aumento costante del “Burnout”, una sindrome psicologica che colpisce lavoratrici e lavoratori di diversi settori. Si tratta di una condizione caratterizzata da stanchezza cronica, esaurimento emotivo, distacco dal proprio impiego e riduzione dell’efficacia professionale. Non è semplice stress passeggero, ma una risposta patologica a una pressione prolungata e non gestita. Le sue conseguenze si riflettono tanto sulla vita individuale quanto sull’economia complessiva dei Paesi.
Comparare con precisione i tassi di burnout a livello internazionale è un’operazione complessa, perché ogni Stato lo definisce e lo misura con criteri differenti. Tuttavia, è evidente come alcune culture del lavoro hanno iniziato a riconoscerne la gravità. Secondo quanto riportato anche da Il Post, in Belgio, nei Paesi Bassi, in Danimarca o in Svezia è relativamente frequente ottenere congedi per esaurimento professionale o per prevenire il peggioramento dello stress. In Svizzera il burnout è ormai una diagnosi ampiamente accettata, al punto da essere talvolta utilizzata come formula generica per giustificare difficoltà personali. Parallelamente, sono nate cliniche private altamente specializzate, con costi elevati, dedicate alla riabilitazione psicofisica dei pazienti.
Leggi Anche
Burnout e precarietà lavorativa
“Oggi molte più persone lavorano con la mente, più che con il corpo. Lavori che richiedono apprendimento costante, la capacità di svolgere più compiti insieme e l’adattarsi ai continui cambiamenti”. È questo il parere di Carlos Montes, professore di psicologia dell’Università di Santiago de Compostela. Infatti, secondo numerosi studiosi di psicologia del lavoro, l’incremento del burnout nei Paesi occidentali è strettamente legato alla trasformazione del mercato occupazionale negli ultimi decenni. Le attività di oggi richiedono aggiornamento continuo, multitasking, adattamento costante a cambiamenti organizzativi e tecnologici. Inoltre, la digitalizzazione ha annullato i confini tra tempo professionale e vita privata, alimentando l’aspettativa di una reperibilità quasi h24.
A questo si aggiunge la crescente condizione di precarietà, soprattutto tra i giovani. Contratti instabili, valutazioni continue delle performance e competizione interna generano una pressione costante e uno stress cronico. Sono particolarmente esposte le persone con carichi di lavoro eccessivi, poca autonomia decisionale e ritmi scanditi da obiettivi stringenti. La mancanza di riconoscimento, la percezione di ingiustizie organizzative, come favoritismi o mobbing e il conflitto tra valori personali e richieste aziendali ne amplificano il rischio.
L’IA, il tecnostress e i rischi del burnout
Inoltre, emergono nuovi rischi legati proprio alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e all’introduzione dell’intelligenza artificiale. L’automazione e i sistemi algoritmici possono determinare disturbi fisici connessi alla ripetitività dei compiti, ma anche rischi psicologici specifici come tecnostress, ansia da performance eburnout. Nel dettaglio, con il termine tecnostress si indica una forma di stress causata dall’uso eccessivo delle tecnologie digitali e può portare insonnia, mal di testa e ansia. I ritmi di lavoro scanditi da orologi digitali e sistemi di monitoraggio continuo riducono la percezione di controllo, un fattore alla base dello stress cronico.
Il burnout, se non affrontato, può innescare conseguenze importanti. Sul piano fisico si registrano disturbi cardiovascolari, insonnia persistente, indebolimento del sistema immunitario e problemi gastrointestinali. Invece, sul piano lavorativo si osservano calo della produttività, assenteismo, aumento degli errori e turnover. Per di più, il dover ammettere di soffrire di burnout in ufficio, spesso viene considerato un sintomo di debolezza e quindi molti lavoratori cercano di nasconderlo o peggio ancora di ignorarlo.
Anche dal punto di vista sociale si possono avere conseguenze notevoli come l’isolamento e depressione. L’eccesso di lavoro e lo stress cronico sono fenomeni globali, ma al momento alcuni Paesi hanno compreso, più di altri, che investire nellaprevenzioneconviene sotto tutti gli aspetti. In questo modo si tutela la salute mentale, si riducono i costi sanitari e si migliora la qualità del lavoro.
© Riproduzione riservata













