“Io sono sicuramente lusingata da questa attenzione, è sicuramente un attestato di stima che ricevo. Detto questo,sono la sindaca di Genova e non voglio partecipare”. Così parlavaSilvia Salisil 24 marzo, respingendo le proposte di coloro che avrebbero voluto partecipasse alla corsa per scegliere il nuovo leader del campo largo. Ma, solo pochi giorni dopo, il 10 aprile, la sindaca di Genovasmentiva se stessa, dichiarando “Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione”. Affrettandosi tuttavia a precisare: “Sono la sindaca di Genova e sono stata eletta dai genovesi per occuparmi della città almeno per cinque anni. Non ho nessuna intenzione di venire meno al mio mandato“.
Parole che suonano molto comeexcusatio non petita accusatio manifesta, come una toppa maldestramente messa su un vaso di Pandora ormai scoperchiato. Una specie di “genovesi state sereni” di renziana memoria. Perché è chiaro che all’indossatrice di scarpe Manolo Blahnik l’idea di passare dalla guida della Lanterna a quella del centrosinistra e, chissà, financo a quella del Paese intriga molto. Solletica l’ego, nutre l’aspirazione, soprattutto in un momento in cuile elezioni si avvicinano sempre più e Meloni vive l’ora più buia dei suoi quasi 4 anni a Palazzo Chigi.
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Tuttavia, la riflessione che si impone è la seguente: è correttousare cariche pubbliche locali per dare sfoggio di sé e spianarsi la strada all’ingresso nella politica nazionale?Quasi come che quello di essere eletti sindaco di una grande città rappresenti una sorta di passaggio obbligato per legittimarsi davanti all’Italia tutta. Come se dovesse necessariamente servire per avere visibilità ed illustrare le proprie idee per il futuro della nazione, quando gli unici progetti di cui parlare dovrebbero essere quelli sul miglioramento dei servizi comunali.
A tal proposito, sarebbe opportuno riscoprire l’importanza della misura ma, soprattutto,della parola data. Perché chi chiede voti agli elettori di una città, poi deve onorare gli impegni presi, ovvero amministrare al meglio il comune, in maniera disinteressata, senza perdersi in penseri su quello che potrebbe fare per il Paese tutto.Un sindaco deve servire i propri cittadini per 5 anni, possibilmente lasciando una città migliore di quella che ha trovato.
Senza pensare alle primarie del suo partito, alle coalizioni che si presenteranno alle elezioni politiche, a dettare la linea al governo, ammonire il Parlamento o, peggio,usare le istituzioni locali per azioni simboliche che “mandino messaggi al palazzo”. E purtroppo Silvia Salis rischia di imboccare questa china, seguendo il cattivo esempio di altri che, nella storia recente, l’hanno preceduta, contribuendo a rendere i cittadini genovesi vittime sacrificali della sua vanagloria.
Si ricordi infattiMatteo Renziche, quando era sindaco di Firenze, con una mano reggeva Palazzo Vecchio e con l’altra terremotava il suo stesso partito, vinceva le primarie, pugnalava alle spalle Enrico Letta e diventava premier. OppureIgnazio Marino, che nel 2014, da sindaco di Roma, trasformò per un giorno il Campidoglio in una succursale del Gay Pride e trascrisse nel registro anagrafico comunale gli atti di matrimonio esteri di sedici coppie formate da persone dello stesso sesso. Decisione sconfessata dal Tar del Lazio, chenegò il diritto delle coppie omosessuali alla registrazione delle nozze in Italia. Ma intanto la sua bella passerella da progressista ehomo novusdell’area progressista l’ex chirurgo l’aveva fatta,forzando la legge e sconfinando ben oltre le sue competenze da amministratore.
In ultimo, non si può non citareCarlo Calenda. Il leader di Azione si candidò a sindaco della Capitale nel 2021, passando tutta la campagna elettorale a presentarsi come unico competente a gestirel’urbe aeterna, sbandierando ai quattro venti il suo amore per la città e promettendo l’arrivo dell’età dell’oro in caso di vittoria. Poi perse, ma entrò comunque in Campidoglio, da dove proposte ne avrebbe potute fare.E invece Roma fu sedotta ed abbandonata,giacché Calenda lasciò il seggio, dimostrando come il suo unico interesse fosse l’esposizione mediatica che la campagna elettorale gli aveva fornito, piuttosto che un intimo desidero di migliorare la Capitale.
Come disse il poeta, su questo tema si parrà la nobiltate di Salis. Saprà tenere fede all’impegno preso per 5 anni con i genovesi? Resisterà alle sirene dei giornali che la esaltano? Sarà in grado di dire no ai compagni di partito che la spingono ad essere il nuovo volto del centrosinistra? In generale, saprà guardarsi dai falsi profeti che, come nel Vangelo, vengono in veste di pecore ma dentro sono lupi?
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