“Non basta essere audaci, bisogna saper sedurre il destino“. Così diceva d’Annunzio e così potrebbe essere sintetizzato l’ultimo accecante flash di mesi cheVittorio Sgarbiha vissuto. Una stringa temporale di cui ha dato lettura differente in conversazione con ilCorsera, dinanzi al quale si è mostrato come un personaggio di Dostoevskij, con il tormento interiore e il profondo conflitto di un uomo che sa rispondere ai troppiperchédella vita.
Nel raccontarsi con il linguaggio che meglio lo descrive, quello dell’arte, di questi tempi, l’esperienza del critico ferrarese è esempio concreto che lapassione e la bellezza, non sono fini a se stessima sono quella scintilla che resta sempre accesa nell’umanità da cui bisogna ripartire per trovare soluzioni paradossalmente pragmatiche.
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Sgarbi è l’uomo che tutto ha avuto, dall’intelletto superiore, al successo, l’arte, i viaggi e i ruoli istituzionali, ma che d’improvviso non ha desiderato più nulla a causa della più terribile delle malattie per un personaggio del genere:la depressione. Arrivata in modo inspiegabile, ma nell’ipotesi che possa essere scaturita dalla sua stessa realtà, dall’insuccesso politico alle Europee se non dalle dimissioni da sottosegretario alla Cultura. Il colpo più duro: “Un’ingiustizia assoluta che mi è pesata moltissimo, e mi è stata riconosciuta da pochi“.
Si percepisce come le parole non dette facciano il quadro della situazione più di quelle dette, dove lo sconforto e il dolore vissuto si riflettono negli angoli della voce, ma la vita zampilla dal guizzo del suo sguardo. E così, un uomo come Sgarbi,come può superare il blocco del desiderio, la perdita della volontà di vivere, della curiosità, della bellezza, il non riuscire a reagire?
La soluzione è stata, per assurdo, pane per i suoi denti. Sgarbi, che rivela di aver rischiato di morire ma dell’ospedale ricorda solo la noia, si è risollevato con ciò che è sempre stata la sua ragion di vita, sottofondo sussurrato ma insostituibile, da cui anche in quel tunnel senza luce si è lasciato ispirare. “Caravaggio e Artemisia“, i due artisti che l’hanno risvegliato “per l’altezza e l’ispirazione che nasce dalla sofferenza“.
Insomma, proprio da quella stessaArtemisia Gentileschi, con la quale ha litigato con il mondo per averla giudicata a livello biografico, inserendosi nel dibattito storico con provocazione, esponendo per primo i due artisti insieme, sostenendo la loro opera per la qualità artistica. Si tratta della primogenita del pittore Orazio Gentileschi, esponente di spicco del caravaggismo romano, che subì una violenza da Agostino Tassi, suo maestro di prospettiva e collega del padre.
Il processo però giudica il Tassi innocente mentre la famiglia Gentileschi è condannata moralmente. Per il critico di Ferrara, Tassi è un pittore “assai meritevole” malgrado la sua vita fosse “indegna“, e non un “maschio criminale” da escludere dalla narrazione di Artemisia, come le principali interpretazioni lo definiscono.
Ma, “riconosco che aveva ragione Artemisia. Fu ingiustamente torturata, e resistette alla sofferenza, per provare che lui era colpevole“. E “io ho sentito che alla sofferenza dovevo resistere“. Perché poi nell’aldilà, Sgarbi continua a non credere: “Noi sopravviviamo nell’eco di quello che abbiamo fatto. Michelangelo non è morto, perché è stato l’artista più vicino a Dio, e le sue opere riverberano tra noi“.
Insomma, di questi tempi, in cui avere unproprio pensiero fermo, compiuto e controcorrente, appare un’operazione spericolata, al limite dell’eroismo e dell’impossibile,avere una propria storiaradicata può rivelarsi lasalvezza di se stessi dinanzi ad ogni “capra” incontrata.
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