“Profondo dissenso e sconcerto“. E’ con questo sentimento increspato che una decina di sacerdoti di diverse diocesi italiane tra cui il lucano don Marcello Cozzi, coordinatore dell’Istituto ricerca e formazione interdisciplinare contro le mafie (Irfi), indirizzano aRoberto Vannacciuna lettera per contrapporsi alle recenti dichiarazione del leader di Futuro Nazionale su San Paolo, patrono di Roma insieme a San Pietro.
Ebbene, la lettera aperta traccia la netta posizione presa dai sacerdoti in riferimento alla conferenza stampa tenutasi alla Camera lo scorso 5 agosto, quando per la presentazione delle proposte politiche ed energetiche di Fn, il Generalissimo avrebbe definito l’apostolo Paolo un “camerata“, richiamando quello che avrebbe indicato come un “principio economico paolino” e citando il passo della Seconda Lettera ai Tessalonicesi “chi non vuol lavorare neppure mangi” nel contesto delle proprie proposte sui sussidi sociali.
Leggi Anche
I sacerdoti contestano l’interpretazione del passo biblico, giudicandola “decontestualizzata” e trasformata “in uno slogan economico“: “Associare la firura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte rappresentauna grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede“.
San Paolo, puntualizzano i sacerdoti, “non stava dettando regole di economia politica per uno Stato, né invocava punizioni contro i poveri ma si rivolgeva a una comunità cristiana esortandola alla responsabilità e al dovere di non gravare sugli altri”.
Una missiva dal tono tagliente in cui vengono anche richiamati altri passi delle Scritture per sottolineare la centralità, nel pensiero paolino, dellasolidarietà,dell’uguaglianzae delsuperamentodelledivisioni. I firmatari ricordano infatti il passo della Lettera ai Galati secondo cui “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero“, sostenendo che il messaggio dell’apostolo sarebbe incompatibile con letture fondate su
“supremazia, esclusione o divisione in blocchi contrapposti” e facendo quindi riferimento anche al concetto dellaremigrazioneche Vanacci porta avanti.
“Come sacerdoti non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale“, puntualizza la lettera ribadendo come la figura di San Paolo “appartiene a tutti”e non può essere trasformata “in un simbolo da piegare alle retoriche di parte“. Da qui, allora, l’invito rivolto a Vannacci di “rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa“. Poi la chiosa con un’affermazione netta che non lascia spazio ad interpretazioni: “Le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico“.
© Riproduzione riservata











