“Paragonare Sigfrido Ranucci a Giovanni Falconeè impossibile a meno di non soffrire molto il caldo o essere Marco Travaglio. O, al limite, essere Sigfrido Ranucci“. E’ con la sua solita pungente ironia che Matteo Renzi spara a zero e dice la sua, questa volta poi volgendo la propria solidarietà “più totale” aMaria Falcone, sorella del magistrato ucciso da Cosa nostra nel 1992, “giustamente indignata per le frasi di Ranucci e Travaglio“.
Ma quali sono le frasi da brividi pronunciate dal conduttore diReporte dal direttore delFatto Quotidiano? La vicenda riguarda l’attentato condotto contro Ranucci e che sembra aver trovato il suo mandante nella contorta figura del faccendiere pluripregiudicatoValter Lavitola, nonché fonte e soprattutto amicofraternodel giornalista. Ebbene, il conduttore nei giorni scorsi si è paragonato, seppur indirettamente, ai martiri della magia e del terrorismo, daMoro a Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone, vere vittime di veri attentati. E il paragone viene apprezzato dal direttore delFattotornando a difendere Ranucci con una difesa che ormai assume le sembianze di una risata sguaiata e soprattutto senza argomenti superando ogni limite.
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Una difesa dalla spada talmente tratta che al disappunto dei famigliari di Falcone e alla considerazione in fondo tranquilla di ex magistrati come Violante o Grasso che hanno ritenuto opportuno osservare sulle pagine delFogliocome “Falcone non avrebbe mai cenato con Lavitola“,Travaglio replica che Falcone avrebbe fatto anche di peggio, considerando che “lavorava solo con il governo Andreotti”.
Ma la storia è storia e basterebbe ricordare che Falcone è stato direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia, e che in quel ruolo promosse l’istituzione della Procura nazionale antimafia e solo perl’intrigato e consueto e noto gioco di intrecci di correnti a lui ostile nel Consiglio superiore della magistratura, non fu nominato procuratore nazionale antimafia. Il lavoroper lo Statodi Falcone riguardava il rafforzamento la riorganizzazione dell’azione antimafia dello Stato.
Insomma, parole che hanno per l’appunto costretto la sorella del magistrato a intervenire proprio ieri. “Ho letto oggi sul Fatto Quotidiano, nella rubrica di Marco Travaglio ‘Ma mi faccia il piacere’, un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata“, ammetteMaria Falconespiegando di trovare “indigna” la frase di Travaglio. “Un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti“, affonda Maria Falcone puntualizzando come suo fratello lavorasse per lo Stato italiano, non per il governo Andreotti. “Non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica – ribadisce – Fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via“.
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