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Referendum giustizia: cosa dicono i sondaggi, cosa cambia e perchè si vota

Domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo 2026 si vota per il Referendum Giustizia. Gli italiani sono divisi e la vittoria del Sì o del No dipenderà dall'affluenza. In politica la destra è schierata a favore mentre la sinistra presenta posizioni diverse

11 Min di lettura

Il governo guidato da Giorgia Meloni, con il ministro della giustizia Carlo Nordio, ha proposto una riforma che modifica direttamente la Costituzione italiana. In particolare, si tratta della Riforma dell’Ordinamento Giudiziario (2025) e riguarda la separazione delle carriere dei magistrati e l’istituzione di una Corte disciplinare. Secondo la previsione dell’art.138 Cost., le leggi di revisione della Costituzione sono soggette ad una doppia approvazione e se non ottengono i 2/3 dei voti possono essere sottoposte a referendum su richiesta di 1/5 dei membri di una Camera, 500.000 elettori o 5 Consigli regionali. E questo è il caso: il referendum si terrá domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026.

L’ultimo dei sondaggi in ordine di tempo è quello dell’istituto di ricerca YouTrend per Sky TG24. Questo il dato: affluenza prevista 46,5%, NO 51,1% e SI 48,9%. Si capovolgerebbe il risultato con una affluenza più alta (fissata al 58,4%), in quanto l’elettorato di centrodestra è più polarizzato (92% favorevoli al SI) di quello di centrosinistra (86% favorevoli al NO). La variabile quindi è la partecipazione.

Cosa cambia davvero: le novità della riforma

La riforma interviene sull’organizzazione della magistratura e tra le modifiche, le principali sono quattro: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e quindi la creazione di due percorsi professionali distinti. Oggi invece, giudici e pubblici ministeri fanno parte dello stesso ordine e possono, nel corso della carriera, passare da una funzione all’altra.

L’istituzione di due organi di autogoverno della magistratura (CSM), uno per i giudici e uno per i pm mentre oggi esiste un solo Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). La novità è il sorteggio sia dei magistrati e sia dei componenti laici, scelti tra professori e avvocati con venti anni di attività.

La creazione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari, un organo composto di 15 membri: 3 nominati dal Presidente della Repubblica (professori/avvocati), 3 estratti a sorte dal Parlamento (stessi requisiti), 6 magistrati giudicanti e 3 requirenti estratti a sorte.

Sì o no? Ecco cosa dicono i politici

La riforma è delicata perché tocca un punto centrale della democrazia: l’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario. I sostenitori dicono che serve a rendere la giustizia più imparziale e moderna, i contrari invece temono che possa ridurre l’indipendenza della magistratura. Politicamente il centrodestra appare compatto per il “Sì”. Dal partito Fratelli d’Italia, guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla Lega del vicepremier Matteo Salvini votare per il sì vuol dire più equilibrio e trasparenza ma anche maggiori responsabilità per chi sbaglia.

“Sì” anche per Forza Italia con Antonio Tajani che parla di una riforma perfettamente inserita nella “rivoluzione liberale” voluta da Berlusconi visto che promuove una “giustizia giusta” che riesce a porre accusa e difesa sullo stesso piano. E per quanto riguarda il neonato partito del generale Vannacci, Futuro nazionale, il sostegno va al “Sì” con un linea critica verso le correnti della magistratura.

Dall’opposizione invece le posizioni sono diverse. Gran parte del campo largo a partire dal Pd guidato dalla segretaria Elly Schlein è schierato per il “No”. “La riforma – dicono – non renderà più efficienti i tribunali ma consentirà al governo di sottrarsi ai controlli e di “avere le mani libere”. Anche il M5S guidato da Giuseppe Conte voterà per il “No” perché considera la riforma come un disegno pericoloso che “scardina il sistema costituzionale e l’equilibrio tra poteri“. Alleanza Verdi Sinistra, a sua volta, appoggia il “No” vedendo nella proposta una riduzione dell’indipendenza della magistratura.

Posizioni intermedie sono invece quelle di Azione, guidata dall’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che voterà il “Sì” e di Italia Viva con Matteo Renzi. Il senatore non ha preso posizione per il momento, ha affermato di voler lasciare libertà ai suoi elettori e ha dichiarato che dirà la propria opinione solo a ridosso della consultazione.

Come si è arrivati al referendum

In Italia le leggi costituzionali possono essere approvate in due modi: con una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere (Camera dei deputati e Senato), in questo caso la riforma entra in vigore senza referendum. Oppure con una maggioranza semplice, cioè senza raggiungere i due terzi e, in questo caso, può essere richiesto un referendum confermativo in cui sono i cittadini a decidere se confermare o respingere la modifica. Nel caso della riforma della giustizia, il 18 settembre 2025, la Camera dei deputati ha approvato il testo con 243 voti favorevoli su 400 (meno dei due terzi). Al Senato i “Sì” sono stati 112 su 200 (anche qui sotto la soglia dei due terzi).

Dunque poiché la riforma è stata approvata dal Parlamento ma non con la maggioranza necessaria si è giunti al referendum. Bisogna però prestare attenzione ad un punto importante: questo sarà un referendum costituzionale confermativo, quindi non è previsto un quorum. Non conta quanti vanno a votare: vince semplicemente l’opzione che ottiene più voti validi tra sì e no.

Perchè è importante votare

Non si vota sulla simpatia per il governo o per l’opposizione. Si vota su una domanda più profonda: la magistratura deve essere riorganizzata separando definitivamente chi accusa da chi giudica? Oppure questa separazione rischia di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato? È una scelta che riguarda il modo in cui funziona la giustizia e, di conseguenza, il rapporto tra cittadini e Stato. Ed è per questo che il referendum di marzo 2026 non sarà solo un voto giuridico. Sarà anche un test politico e istituzionale di grande peso.

La decisione, però, non è affatto semplice. Il Sì e il No hanno pari dignità e meritano pari rispetto, ma conducono a esiti molto diversi. Le argomentazioni in campo sono numerose e, per orientarsi in modo consapevole, è necessario comprenderle nel merito.

Le ragioni del Sì

Chi sostiene il “Sì”, parte da un presupposto: il mondo è cambiato e le istituzioni devono adeguarsi. Secondo questa visione, il sistema attuale non sarebbe più in grado di garantire efficienza e stabilità in un contesto globale complesso e competitivo. L’Italia, si osserva, ha conosciuto negli ultimi decenni una forte instabilità politica, con governi che si sono succeduti rapidamente. Un sistema fragile rende difficile programmare riforme di lungo periodo, genera incertezza e indebolisce la credibilità delle istituzioni. Una riforma costituzionale, in quest’ottica, potrebbe contribuire a rafforzare la capacità decisionale dello Stato.

Nel merito della giustizia, i sostenitori del Sì, ritengono che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rafforzerebbe l’imparzialità del processo e la percezione di neutralità del giudice. La distinzione tra chi accusa e chi giudica verrebbe resa più netta evitando ambiguità.

Si sottolinea inoltre che i nuovi meccanismi di selezione e la riorganizzazione degli organi di autogoverno potrebbero ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura e aumentare la trasparenza. Non si tratterebbe, secondo questa lettura, di intaccare l’indipendenza dei magistrati, ma di ridefinire l’assetto organizzativo per renderlo più moderno ed efficace. Chi vota No, in questa prospettiva, finirebbe per mantenere l’attuale sistema, lasciando irrisolte criticità che da anni vengono denunciate, “congelando” i problemi.

Le ragioni del No

Chi sostiene il “No”, invece, invita alla prudenza: si sta intervenendo sulle fondamenta del sistema di giustizia e quindi sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. Una riforma di questa portata richiede, secondo questa posizione, un’attenzione ancora maggiore alle possibili conseguenze.

Uno dei nodi principali riguarda la creazione di due CSM distinti. L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura è considerato una garanzia contro le interferenze politiche. Dividerlo e modificarne i criteri di selezione potrebbe, secondo i critici, indebolirne la funzione di tutela dell’autonomia.

Il passaggio dall’elezione al sorteggio per parte dei membri solleva ulteriori interrogativi. Per i magistrati, il sorteggio avverrebbe in modo casuale da un elenco ampio, senza un mandato elettivo e quindi senza un rapporto diretto di responsabilità. Per i membri laici, invece, la selezione avverrebbe da una lista corta predisposta dalla maggioranza politica del momento. Questo potrebbe creare uno squilibrio tra una componente casuale e una politicamente orientata con il rischio di decisioni non del tutto neutrali.

Altro punto controverso è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. I critici temono che possa trasformarsi in un organo chiuso e autoreferenziale, soprattutto se gli eventuali ricorsi contro le sue decisioni dovessero essere esaminati al suo interno. Si porrebbe inoltre il tema della composizione: limitare l’accesso ai magistrati della Cassazione potrebbe creare una distinzione tra magistrati “di vertice” e altri esclusi.

Infine c’è una questione più sottile ma decisiva: l’indipendenza concreta del singolo giudice. Se un magistrato dovesse occuparsi di un procedimento delicato che coinvolge interessi politici rilevanti, potrebbe sentirsi pienamente libero sapendo che il sistema disciplinare è stato ridisegnato? È questo l’interrogativo che i sostenitori del No pongono con maggiore forza.

La domanda che attraversa il referendum è una sola: si tratta di una riforma capace di rendere la giustizia più efficiente e trasparente, oppure di un cambiamento che rischia di alterare l’equilibrio tra poteri su cui si fonda la democrazia costituzionale?

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