Il Consiglio dei ministri tira dritto e conferma le date del referendum Giustizia, fissato per il prossimo 22 e 23 marzo. La decisione è stata assunta durante la riunione tenutasi a Palazzo Chigi, nella quale il governo ha scelto di integrare il quesito referendario, specificando gli articoli della Costituzione che saranno modificati dalla riforma.
L’intervento arriva dopo l’ordinanza della Corte di Cassazione che ha accettato il ricorso dei promotori del quesito. La riforma costituzionale oggetto della consultazione introduce, tra le principali novità, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oltre a nuove disposizioni sull’ordinamento e sull’istituzione della Corte disciplinare.
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Intanto, come si apprende dal Quirinale, il capo dello Stato Sergio Mattarella si appresta a firmare nelle prossime ore il nuovo decreto del Presidente della Repubblica relativo al referendum, dopo un confronto avuto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il provvedimento riguarderebbe un oggetto referendario condiviso tra tutti i soggetti proponenti, mentre il quesito non subirebbe modifiche sostanziali, ma verrebbe soltanto integrato, garantendo così la coerenza formale e sostanziale dell’iter referendario.
La riunione del Consiglio dei ministri
Il vertice, iniziato nella mattinata del 7 febbraio, ha affrontato tra i punti all’ordine del giorno proprio gli aggiornamenti sul referendum confermativo relativo alla legge costituzionale approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. L’integrazione del quesito punterebbe a rendere più esplicito e chiaro per gli elettori il contenuto delle modifiche costituzionali sottoposte a voto.
La scelta del governo mantiene dunque invariato il calendario della consultazione popolare, considerata uno dei passaggi centrali del percorso del referendum giustizia promosso dalla maggioranza. Il referendum confermativo, non essendo soggetto a quorum, sarà di conseguenza valido indipendentemente dal livello di affluenza alle urne.
Il dibattito politico sul referendum Giustizia
Sul tema si registra già un acceso confronto politico. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha sostenuto, secondo il suo giudizio, che la modifica del quesito da parte della Cassazione dimostrerebbe la necessità della riforma, sottolineando come la separazione delle carriere sia fondamentale per garantire la terzietà della magistratura. Inoltre, Bignami ha invitato gli elettori a sostenere il “Sì” al referendum, collegando la riforma all’attuazione dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo e all’esigenza di rafforzare l’indipendenza della magistratura dalle influenze politiche e dalle correnti interne.
In precedenza, la maggioranza aveva scelto la via più rapida e meno usuale per richiedere il referendum giustizia, ovvero la richiesta da parte di un quinto dei deputati. Decisione che la Cassazione aveva giudicata valida il 18 novembre scorso. L’opposizione, invece, aveva sostenuto che quell’interpretazione servisse in realtà ad accelerare il voto al fine di impedire ai sostenitori del “No” di informare la popolazione nei tempi adatti. A dimostrazione di ciò, un gruppo di attivisti aveva poi chiamato il “Comitato dei 15”. Il confronto tra sostenitori e oppositori della riforma si preannuncia centrale e acceso nel dibattito pubblico in vista del voto di marzo.
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