Quella che doveva essere una manifestazione pacifica contro lo sgombero dello storico centro sociale di Askatasuna si è trasformata, sabato scorso a Torino, in un corpo a corpo violento tra manifestanti e forze dell’ordine. Le immagini cruente degli scontri hanno attraversato il Paese alimentando un clima di tensione e incredulità. Oggi, alla Camera, è arrivata la ricostruzione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha rotto il silenzio istituzionale con rivelazioni destinate a pesare nel dibattito politico.
Secondo quanto riferito dal ministro, l’iniziativa di sabato scorso non sarebbe stata improvvisata. Al contrario, sarebbe stata preannunciata il 17 gennaio durante un’assemblea nazionale di attivisti presso l’Università di Torino. In quell’occasione, ha spiegato Piantedosi , “il corteo avrebbe costituito ‘una resa dei conti con lo Stato democratico’, ‘uno spartiacque, una guerra di liberazione nazionale, nella prospettiva di un fronte allargato comprensivo della comunità araba e musulmana, diventate compagne di lotta“.
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Parole che, rilette alla luce degli eventi, conferiscono agli scontri un significato ancora più inquietante. Pensare che 108 agenti feriti e un quartiere distrutto siano il risultato di una strategia maturata nel tempo, rende l’accaduto ancora più grave.
Askatasuna e i numeri della violenza
Piantedosi ha espresso la solidarietà sua e dell’intero governo agli agenti rimasti feriti alle forze dell’ordine che hanno contenuto i disordini. Ma ha anche messo sul tavolo numeri e fatti: 27 persone in stato di fermo dopo una primissima attività d’indagine e di 3 arrestati per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Tra questi un ventiduenne che avrebbe anche partecipato alla virale aggressione dell’agente di polizia Alessandro Calista.
Il ministro ha osservato che, con il governo in carica, il numero delle manifestazioni sia aumentato in modo significativo. Un dato che, secondo Piantedosi, va letto nel contesto internazionale instabile e nella percezione – coltivata da alcuni – che il governo Meloni abbia ristretto gli spazi di libertà del dissenso.
Ma ancora più preoccupante dell’aumento delle proteste, è la crescente propensione ad alla violenza verso agenti e città. Il titolare del Viminale ha parlato esplicitamente di una “strategia che mira ad innalzare il livello dello scontro con le istituzioni e che, attraverso i i disordini e la violenza, punta a compattare la galassia anarco-antagonista e a galvanizzarne gli aderenti“. Il livello degli scontri sembra richiamare schemi squadristici e persino terroristici che hanno segnato alcune delle fasi più buie della storia repubblicana.
La chiamata alla responsabilità politica
Di qui, la necessità, secondo Piantedosi, di intervenire prima che i gruppi organizzati entrino in azione e inneschino spirali di violenza difficili da controllare. Il ministro ha preannunciato che questo sarà uno dei punti centrali del pacchetto di norme in preparazione, che potrebbe includere strumenti come il fermo di polizia preventivo per soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, con l’obiettivo di filtrare e prevenire i rischi.
Affiché la prevenzione sia efficace, il capo del Dicastero dell’Interno, definisce fondamentale una condanna unanime trasversale delle aggressioni e delle violenze. Un segnale di responsabilità e moderazione che deve arrivare da tutte le forze politiche. L’invito è a trovare una linea comune per respingere ogni tentativo di giustificazione dinanzi a manifestazioni “eversive e antidemocratiche”. Il messaggio lanciato dall’Aula è netto: il dissenso è parte della democrazia, ma quando si trasforma in violenza organizzata diventa una sfida diretta allo Stato. E su questo terreno, ha avvertito il ministro, non possono esserci ambiguità.
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