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Pacchetto sicurezza, Meloni: “Serve un approccio più duro”

Approvato il nuovo pacchetto sicurezza. Meloni chiarisce che serviva un approccio più duro per rendere lo Stato più forte e indulgente. Nessuno scudo penale, chiarezza sul fermo preventivo e nuove norme anti-maranza

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Dopo ben 2 ore di Consiglio dei Ministri, la premier Giorgia Meloni si presenta davanti alle telecamere di Rete 4 per annunciare l’approvazione del nuovo pacchetto sicurezza. Il tono è fermo, la postura è quella di chi sente di essere davanti ad un passaggio decisivo. “Non sono misure spot” chiarisce subito la presidente del Consiglio, “ma un ulteriore tassello della strategia dell’esecutivo”. È una dichiarazione che va oltre la tecnica legislativa e rivendica una precisa visione dello Stato: più forte, più presente, meno indulgente. Il pacchetto sicurezza propone una stretta vera su ordine pubblico, manifestazioni, criminalità e immigrazioni.

Per Meloni, il tema della sicurezza non è più rinviabile. Dalle sue parole emerge l’idea di un Paese che, per troppo tempo, avrebbe tollerato zone grigie e segnali di debolezza. “Serve un approccio più duro“, afferma, spiegando che lo Stato deve tornare a proteggere chi ogni giorno è chiamato a difende i cittadini. Una linea politica netta che punta a segnare discontinuità e che, inevitabilmente, riaccende lo scontro.

Il passaggio più delicato punto più delicato riguarda il rapporto con la magistratura. La premier parla apertamente di “doppiopesismo“, accusando una parte della giustizia di aver mostrato indulgenza verso alcuni ambienti, come i centri sociali, e di aver reso più difficile il lavoro di difesa da parte delle forze dell’ordine. Una critica che affonda le radici nei fatti di Torino e che Meloni rilancia anche definendosi “indignata” per la scarcerazione di alcuni responsabili degli scontri. Secondo il Capo del Governo, si tratterebbe di persone organizzate, ostili allo Stato, che non possono essere liquidate come episodi marginali.

Meloni difende l’intero pacchetto sicurezza: “Nessuno scudo penale”

Consapevole delle polemiche, Meloni difende punto per punto l’impianto del pacchetto sicurezza, respingendo con decisione l’accusa di voler introdurre uno scudo penale per le forze dell’ordine. “Non c’è impunità“. La norma, spiega il governo, non legittima l’uso arbitrario della violenza né cancella le responsabilità, ma interviene su un automatismo che finora ha colpito anche chi agiva in evidente legittima difesa.

La novità riguarda infatti l’iscrizione al registro degli indagati: quando la legittimità dell’azione è chiara, non scatterà più automaticamente l’indagine “per atto dovuto”. Una misura che, sottolineano Meloni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, non è un privilegio riservato alle divise ma un principio che vale in generale, come già avviene in altri ambiti.

Più controverso resta il fermo preventivo, che consentirà alla polizia di trattenere preventivamente una persona fino a 12 ore in presenza di un rischio concreto per l’ordine pubblico. In questo arco di tempo il magistrato dovrà essere informato e potrà disporre il rilascio se sussistono le condizioni. Il governo insiste sulla necessità di uno strumento rapido per prevenire violenze e disordini, Piantedosi ha chiarito che non ci sono state modifiche sostanziali pur ammettendo che si tratta di un equilibrio delicato tra sicurezza e libertà individuali.

Tra zone rosse, manifestazioni e immigrazione

Il decreto introduce anche altre misure destinate a far discutere: dalle norme anti-maranza, con restrizioni sul porto di coltelli e sanzioni che coinvolgono anche genitori ed esercenti, alla stabilizzazione delle zone rosse, che consentono l’allontanamento di soggetti pericolosi dalle aree più sensibili della città. Previste inoltre pene più severe per i borseggiatori e il divieto di partecipare a manifestazioni per chi ha già condanne per terrorismo o aggressioni a pubblici ufficiali.

Sul fronte dell’immigrazione, il pacchetto contiene solo interventi parziali. Un capitolo più ampio sarà affrontato nei prossimi giorni. Intanto viene abolita la norma che prevedeva un avvocato pagato dallo Stato per ogni immigrato che faceva ricorso contro l’espulsione, a prescindere dal reddito. Una disposizione che Meloni definisce “surreale e ingiusta”, simbolo di un sistema che avrebbe finito per garantire più diritti agli immigrati che ai cittadini italiani. Il decreto legge è stato approvato. Ora si apre la partita parlamentare sul disegno di legge collegato.

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