La liberazione dell’Imam Mohamed Shahin, destinatario di un decreto di espulsione firmato dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha scatenato un terremoto politico che non ha lasciato indifferente il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
“Parliamo di una persona che ha definito l’attacco del 7 ottobre un atto di ‘resistenza’, negandone la violenza. Che, dalle mie parti, significa giustificare, se non istigare, il terrorismo“, ha tuonato il premier in un messaggio pubblicato sui suoi canali social, in cui si chiede come sia possibile difendere la sicurezza degli italiani “se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici“.
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Un nuovo attacco nei confronti di una presunta magistratura politicizzata, colto immediatamente anche dal leader della Lega, Matteo Salvini, il quale ha parlato di una “decisione sconcertante“, per poi aggiungere che “chi semina odio non può restare in Italia“. Sul caso si è espresso anche il fondatore di Azione, Carlo Calenda, il quale ha sostenuto che su questa vicenda non c’entrerebbe nulla la libertà religiosa, ma solamente quello dello Stato.
“Se una persona con un ruolo pubblico esprime posizioni ambigue su terrorismo e violenza, lo Stato ha il dovere di intervenire. Il rimpatrio dell’Imam in Egitto era una misura corretta e prudente“, ha spiegato, chiarendo che se si continua ad agire in questo modo, l’Italia rischia di diventare un “colabrodo” in cui le regole non valgono per tutti.
A difesa della Corte di appello è intervenuto Marco Grimaldi, vicepresidente di AVS alla Camera, che rivolgendosi alla premier ha spiegato che la sicurezza non si garantisce con la propaganda o con decreti fondati sul nulla. “Se davvero le sta a cuore la verità, dovrebbe chiedere conto al suo ministro Piantedosi del perché ha mentito su atti che non erano affatto secretati“, ha concluso rivolgendosi sempre al capo del Governo.
L’Imam di Torino torna in libertà: che succede
Le dichiarazioni fanno riferimento alla decisione della Corte di Appello di Torino che oggi ha deciso la cessazione del trattenimento nel Centro per il Rimpatrio di Caltanissetta dell’Imam Mohamed Shahin. A quest’ultimo è stato consegnato un permesso di soggiorno provvisorio emesso dalla Questura di Caltanissetta.
L’Imam potrà quindi fare ritorno alla moschea del quartiere di San Salvario, a Torino. Shahin era rinchiuso nel Cpr dallo scorso 24 novembre, dopo un provvedimento di espulsione firmato dal ministero dell’Interno conseguente ad alcune frasi pronunciate in piazza dall’imam sull’attacco del 7 ottobre e sull’azione di Hamas.
La Corte di Appello di Torino ha accolto invece il il ricorso presentato dai legali di Shahin, rilevando che “sono emerse nuove informazioni tali da mettere in discussione la legittimità del trattenimento” e che “il procedimento relativo alle frasi proferite alla manifestazione del 9 ottobre 2025 è stato immediatamente archiviato da parte della stessa Procura atteso che le dichiarazioni del trattenuto sono ‘espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato’“.
Il Viminale starebbe però prendendo in considerazione la possibilità di un ricorso, al fine di a far valere le ragioni che avevano determinato la decisione di espellere l’Imam, a cui nel 2023 era stata anche negata la cittadinanza italiana. Oltre alle dichiarazioni relative al 7 ottobre, all’Imam sono contestati quelli che lo stesso ministro aveva ritenuto “comprovati collegamenti con persone considerate pericolose“.
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