Nel cuore solenne del Palazzo delQuirinale, tra gli stucchi dorati, gli arazzi antichi e la luce che filtra alta dalle finestre, oggi non si è celebrata soltanto una cerimonia istituzionale. Si è celebrata l’Italia migliore. Si è tenuta infatti laconsegna da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, delle onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana(OMRI), il riconoscimento più alto che la Repubblica attribuisce a cittadini distintisi per eroismo, impegno civile, volontariato, cultura, servizio alla Nazione. Un momento presieduto, quindi, dal Capo dello Stato che si presenta il tributo pubblico a chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
L’atmosfera era composta ma carica di emozione tra le persone sedute. In prima fila sguardi lucidi, mani intrecciate, orgoglio che si mescola al pudore. Non alte cariche, non personaggi abituati ai riflettori, ma persone comuni che, davanti a una scelta, hanno deciso di esserci fino in fondo. Nel suo discorso, il Capo dello Stato ha indicato la direzione con parole semplici e ferme: “Viviamo un tempo in cuic’è grande bisogno di fiducia e speranza”.
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E ancora: “Le vostre storie trasmettono fiducia e speranza in un tempo in cui abbiamo bisogno di fiducia e speranza”. In un mondo in cui “la guerra è tornata a spargere sangue anche non lontano dall’Italia”, si confrontano due logiche opposte: pensare solo a sé o condividere le difficoltà per trovare insieme una soluzione. Ela strada giusta, ha sottolineato, è quella di chi sceglie di non rassegnarsi.
“Il nostro Paese è ricco di solidarietà”, ha detto Mattarella. “La scelta di non ignorare le esigenze degli altri rende più forti, anche le istituzioni”. In tempi segnati dalla paura e dall’isolamento, ha aggiunto,è necessario “abbattere i muri dell’indifferenza”. Parole che, nel Salone delle Feste, non suonavano come formule retoriche, ma come un invito concreto e urgente.
Mattarella tra storie di altruismo ed estrema umanità
A colpire sono state soprattutto le storie. Storie che hanno attraversato il dolore e lo hanno trasformato in dono. Tra tutte, per esempio, quella diValentina Mastroianni,madre del piccolo Cesare, affetto da neurofibromatosi di tipo 1 e colpito da un tumore cerebrale che gli ha tolto la vista a soli 18 mesi, fino alla morte a sei anni. Valentina ha condiviso ogni giorno della malattia del figlio, raccontandone le sfide e la luce, trasformando la sofferenza in una testimonianza di amore che continua oltre l’assenza. Le sue parole hanno attraversato la sala come un filo invisibile che univa tutti: “L’amore resta, quando resta diventa una responsabilità”. Non una frase, ma un impegno. Un’eredità morale.
Insieme a lei e agli altri, la dottoressaTiziana Roggio, che ha prestato servizio volontario nella Striscia di Gaza. Le sue parole ferme e misurate hanno ricordato che “nella cura è fondamentale il gesto umano”. In quelle parole c’era il senso profondo della medicina come vocazione, della presenza accanto a chi soffre anche nei contesti più difficili, dove la fragilità è quotidiana e la speranza va costruita giorno dopo giorno.
Ogni premiato ha portato con sé una storia diversa, ma lo stesso filo conduttore:altruismo, coraggio civile, forza d’animo. Gesti compiuti senza cercare applausi, spesso nel silenzio. Eppure oggi quel silenzio si è riempito di un applauso lungo, caldo, sincero. Un applauso che non celebrava l’eroe distante, ma riconosceva la grandezza possibile in ciascuno.
Mattarella: le onorificenze come simbolo di orgoglio collettivo
In quella sala si respirava un’aria disolidarietà concreta e di condivisione autentica.Un senso di comunità che non nasce dagli slogan ma dalle scelte quotidiane. Orgoglio sì, ma un orgoglio sobrio, collettivo: quello di sapere cheesiste un’Italia capace di prendersi cura, di rischiare per gli altri, di amare senza calcoli. “Avete contribuito a rendere più positiva e nobile la vita della nostra società”, ha detto il Presidente. E mentre le insegne di Cavaliere, Ufficiale, Commendatore venivano appuntate sul petto di persone comuni, era chiaro che quel riconoscimento non era soltanto un’onorificenza: era il segno visibile di una scelta.
La scelta di condividere invece di chiudersi e di amare invece di temere. Di costruire ponti invece di alzare muri. In un tempo inquieto, quelle storie hanno ricordato che la forza di un Paese non si misura solo con i numeri o con la politica internazionale, ma con la qualità umana dei suoi cittadini. E oggi, al Quirinale, quella qualità era tangibile, viva e condivisa.
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