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Liris (FdI) su patologie encoematologiche: ‘Caregiver determinante per terapie più innovative’

Un binomio, quello dell'assistenza e dell'innovazione terapeutica nei tumori del sangue, che offre una grande possibilità sia per i pazienti anziani sia per il Servizio sanitario nazionale, ma, come puntualizza il senatore membro della commissione Bilancio, comporta anche una significativa responsabilità organizzativa

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Dobbiamosviluppare percorsi che accompagnino il paziente nella vita quotidiana, rafforzando l’integrazione tra ospedale, territorio e domicilio”.E’ un obiettivo preciso e definito, quello che ilsenatore Guido Lirisfissa nell’ottica dei percorsi terapeutici e dei modelli assistenziali nellepatologie oncoematologiche dell’anziano. Un obiettivo che richiede una priorità imprescindibile per poter essere raggiunto. Ovvero, “riconoscere, formare e sostenere il caregiver, poiché la sua presenza è spesso determinante per garantire l’accesso alle terapie più innovative“.

Un binomio, quello dell’assistenza e dell’innovazione terapeutica nei tumori del sangue, che offre una grande possibilità sia per i pazienti anziani sia per il Servizio sanitario nazionale, ma, come puntualizza il senatore membro della commissione Bilancio, comporta anche una significativa responsabilità organizzativa.

Nella cornice della Sala Zuccari del Senato, il convegno “Tumori del sangue nel paziente anziano: percorsi di cura e ruolo del caregiver“, ha puntato proprio al discernimento di tali sfide, nonché punti di inizio indispensabili per tracciare uniter pratico, reale ed efficiente.

Con la presentazione di unpolicy paperdedicato ai percorsi terapeutici, ai modelli assistenziali e al ruolo delcaregivernelle patologie oncoematologiche dell’anziano, si sono difatti proposte alcune linee di intervento concrete, conpercorsi strutturati per rafforzare le competenze nella gestione degli aspetti clinici, sociali ed emotivi della malattia, e un accesso più sistematico al supporto psicologico per pazienti e familiari.

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Proposto anche l’inserimento formale delcaregivernei Pdta ematologici, attraverso standard minimi che garantiscano un coinvolgimento omogeneo. La terza proposta riguarda ilrafforzamento dell’assistenza territoriale e domiciliare, in coerenza con il Pnrr, attraverso una maggiore integrazione tra ospedale, distretto, medici di medicina generale, personale infermieristico e reti di supporto.

Ma una sfida ancor più rilevante per il Servizio sanitario nazionale, sono lecomplicanze scaturite dall’invecchiamento della popolazione, come linfomi e leucemie. In Italia gli over 65 sono quasi 15 milioni e molte neoplasie ematologiche hanno un picco di incidenza nelle fasce di età più avanzate.

Oggi possiamooffrire possibilità di trattamento che fino a poco tempo fa erano impensabili per pazienti anziani o fragili, che in passato venivano spesso accompagnati soprattutto con terapie di supporto– sottolinea ilprofessor Massimo Breccia, associato di Ematologia della Sapienza di Roma –ma l’innovazione diventa beneficio reale solo se il paziente è inserito in un percorso sostenibile“.

Ma in questo schema,la figura delcaregiverè essenziale. Costituisce, infatti, una componente operativa della cura, in quanto non si limita ad accompagnare il paziente alle visite in ospedale, ma contribuisce alla gestione delle terapie orali, all’aderenza terapeutica, al monitoraggio dei sintomi, alla comunicazione con i clinici, all’organizzazione degli accessi, dei controlli e dell’assistenza domiciliare.

In Italia, si parla di oltre 7 milioni di persone che assistono regolarmente un familiare non autosufficiente senza compenso, dedicando in media più di 20 ore settimanali. E nei percorsi oncoematologici, il carico è particolarmente rilevante,segnalando un carico psicologico elevatoin circa l’80% dei caregiver, di cui la metà manifesta anche sintomi depressivi significativi e solo il 14% cerca supporto da un professionista sanitario.

E allora l’equazione risulta piuttosto semplice. Come puntualizza il professor Breccia,senza il supporto adeguato, che riguarda accessi frequenti al centro, corretta assunzione dei farmaci, monitoraggio degli effetti collaterali e comunicazione tempestiva con i clinici richiedono spesso il coinvolgimento attivo di un caregiver, “anche la terapia più avanzata può risultare difficilmente praticabile“.

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