“Ci sono cresciuto dentro e ricordo tutto benissimo fin dal 1975, la prima sede che era in via Leoncavallo, al Casoretto, che era il mio quartiere“. Così il comico e conduttore televisivo,Claudio Bisio, ai microfoni diLa Repubblica, commenta losgombero del centro sociale del Leoncavallo di Milano avvenuto lo scorso 21 agostoche giudica “una prova di forza, con tutti quei poliziotti, e nessuno dentro.Fa ridere e fa piangere“.
Un blitz nei locali di via Watteau, seconda sede occupata, che ha provocato uno scontro politico variopinto tra chi esultava per l’operazione condotta e l’indignazione di chi invece ha visto lo sfratto solo come un tentativo di cancellare “50 anni di cultura“. In tal senso, anche Bisio ha criticato aspramente quanto accaduto e auspica che ilComune di Milano, di cui il sindaco Beppe Sala a stretto giro dall’operazione ha riferito di non essere mai stato avvisato, “si stia attivando per non far morire il Leoncavallo“.
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Magari, suggerisce il comico, in un altro luogo, ma “non deve finire” questa “esperienza” che ha vita da mezzo secolo. Ilprimo cittadino effettivamente ha già preso iniziativa e non si vuole arrendere tanto da star cercando una nuova sede al centro sociale. “Lo dico io che ci sono nato dentro– rimarca Bisio –La cultura è un investimento, ci sono altre esperienze in Italia che dimostrano l’impegno delle amministrazioni in questo senso“, ma non dimentica che ogni cosa facondotta e attuata nella legalità, con concessioni regolari.
Il ricordo del conduttore di Novi Ligure nel corso dell’intervista, va indietro nel tempo fino alla sua prima visita nella sede iniziale in via Leoncavallo, dove è il centro sociale è stato fondato nel 1975. “C’era la musica, c’era il teatro, le manifestazioni…Sono del ’57, quindi coetaneo di Fausto e Iaio“, due militanti di sinistra frequentatori del “Leonka”, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, “uccisi dai fascisti poco lontano da lì, il giorno dopo siamo scesi tutti in piazza”.Un delitto che non è ancora stato risolto,“uno scandalo che non ci siano ancora i nomi dei responsabili, dopo tanti anni“.
In chiave di nostalgia per Bisio, ricorda anche cheal Leoncavallo ha scoperto la sua passione per la recitazione, “ma non il teatro classico, alla Gassman. Quel teatro nuovo… e parlo degli anni in cui Dario Fo era ancora in via Colletta“. E parte il mestiere, incalzato dalla giornalista di La Repubblica, il comico racconta che al centro sociale ha imparato che “la creatività e l’arte non vengono sempre dall’alto, e che le opere non nascono solo nei palazzi dei re. Perché le vie dell’arte sono infinite, e se c’è gente civile che fa cose belle, spontaneamente,perché tarpargli le ali?“.
Ed è proprio in quest’ottica che il Leoncavallo, secondo Bisio, “è sempre stato una factory, ha ospitato artisti, organizzato eventi, prodotto cose belle“. Un luogo dove, a detta del conduttore,è stata fatta cultura, “e se ci sono stati accenni di violenza, è sempre successo per gli sgomberi“. Quindi, “ilministro Giuli dovrebbe andare a vedere cos’è quel posto“. Bisio fa riferimento diretto alle ultime dichiarazioni del ministro della Cultura in merito allo sgombero che ha sollevato anche la questione dell’immobile dove ha sede Casapound a Roma e di cui il titolare di via del Collegio Romano non trova necessità di sfratto se il movimento si allinea alla legalità.
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