Giorgia Meloninon getta la spugna (come le suggerisce Carlo Calenda) ma preferisce insistere sullalegge elettoraleanche a costo di ammorbidire alcune delle proposte ritenute fino a ieri intoccabili. È il caso del quorum necessario per far scattare il premio di maggioranza, fissato al 55% dei deputati e dei senatori. Il centrodestra sì è detto disponibile ad aumentarlo dal 40 al 42%. Nello stesso tempo si riconosce che se nessuno dei due schieramenti raggiunge il quorum ma entrambi superano il 35% dei voti, in quel caso l’attribuzione dei seggi avverrebbe secondo un calcolo proporzionale puro. Si tratta di tecnicismi che poco o niente appassionano l’opinione pubblica la cui attenzione rimane concentrata suitemi della quotidianità, dal costo dei carburanti e dell’energia in genere, all’inflazionedata in ripresa per i prossimi mesi rendendo così problematica la politica monetaria della Bce tornata cauta sull’ipotesi di taglio dei tassi.
In questo contesto può apparire quanto meno eccentrico chela politica dedichi tempo ed energie a riscrivere la riforma elettorale, cioè una legge che verrebbe cambiata per la sesta volta dal 1993. Con ciò confermando il paradosso per cui si cerca la formula magica che produca maggioranze stabili ma il tutto avviene nell’instabilità della legge elettorale. Quello che suscita più di una perplessità nella proposta del centrodestra è l’attenzione spasmodica sulle differenti modalità di conteggiare i voti e poi di attribuire i seggi, in sostanza quindisi fa coincidere la stabilità delle maggioranze con una formula matematica. Non c’è nessuna traccia di un altra dimensione del problema per cui si può far coincidere la stabilità della maggioranza e del governo che sostiene con l’affinità e la convergenza dei programmi della coalizione.
Leggi Anche
Un rapido sguardo al quadro di maggioranza può aiutare a comprendere meglio questa analisi. Il governo in carica dispone di un’ampia maggioranza sia alla Camera che al Senato. Il che dovrebbe rendere spedito il cammino dell’azione di governo in Parlamento e nel Paese. Non è così, invece, come ammettono dalla maggioranza e come attaccano le opposizioni.All’ampiezza dei numeri non corrisponde un alto livello di coesione sul programma. Ci sono temi di politica estera o di politica economica e di bilancio su cui Meloni fa molta più fatica che in passato a fare sintesi e ricondurre a unità punti di vista diventati nel frattempo troppo diversi.
Dal sostegno all’Ucraina alla possibilità di uno scostamento di bilancio deciso autonomamente dall’Italia senza intesa con la Commissione, come vorrebbe la Lega, non sono poche né irrilevanti i punti di attrito. Se si prova a trasferire questo quadro nella situazione definita con la riforma elettorale, si ricavano alcune interessanti indicazioni. Ad esempio: di fronte al dissenso dichiarato di un socio della maggioranza,il premier potrebbe chiedere di sciogliere il governo e andare al voto anticipato. Bene. Domanda: di fronte a una simile scelta come si può immaginare che venga ricostituita la stessa coalizione dopo una rottura tanto netta e plateale?
Tenere unita una maggioranza dietro la minaccia di elezioni anticipate in caso di dissenso è cosa ben diversa da una maggioranza coesa perché condivide le linee programmatiche e le sostiene lealmente nei passaggi parlamentari. Si faccia attenzione al fatto che il rischio di un testacoda fra maggioranza numerica e maggioranze programmatica vale per il Campo largo non meno che per il centrodestra. Schlein e Conte non sono immuni dagli stessi pericoli di Meloni. Per loro e per tutti permane alla fine lo stesso rischio: non esistono scorciatoie numeriche e diavolerie e tecnicismi elettorali per tenere insieme quello che insieme non può stare.Se Vannacci non vuole aiutare l’Ucraina non si può chiedere a lui di stare in maggioranza. Lo stesso vale per Conte. Insomma, senza il carburante della politica e quindi senza una classe politica dignitosa e all’altezza, non c’è legge elettorale in grado di togliere le castagne dal fuoco.
© Riproduzione riservata













