Quella di Maurizio Landini, segretario della CGIL, non è una voce qualunque. È la voce di chi rappresenta milioni di lavoratori e che, ogni giorno, misura sul campo le fratture sociali del Paese. Nell’intervista rilasciata a La Repubblica, il sindacalista prende una posizione netta contro la linea del governo e lancia un allarme politico preciso: la direzione intrapresa contro il nuovo decreto sicurezza è, a suo avviso, sbagliata e pericolosa. Il cuore dell’accusa è durissimo: secondo Landini, il provvedimento rischia di instaurare uno “stato di polizia“, una deriva che non può rappresentare la risposta ai problemi reali del Paese.
Quando Landini parla di stato di polizia non si riferisce a uno slogan, ma a un modello preciso: una condizione in cui la repressione prevalga sulla prevenzione, in cui l’ordine pubblico viene anteposto ai diritti. In questo schema aumentano i poteri di controllo e di intervento delle forze dell’ordine, mentre si respingono spazi di protesta, sciopero e dissenso. Secondo il segretario della CGIL, il decreto sicurezza è pericoloso proprio perché si fonda su questa logica: una logica che mette in discussione le libertà di tutti, non solo di chi protesta per strada ma anche di chi difende il posto di lavoro o rivendica i diritti fondamentali.
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“Sta emergendo con chiarezza una logica autoritaria di chi pensa di comandare anziché governare“: una delle frasi più forti dell’intervista. Per Landini il governo non cerca il consenso sociale, ma impone decisioni dall’alto, usando la sicurezza come giustificazione politica. Reprimere i conflitti sociali, avverte, non vuol dire governare.
La critica di Landini al governo
Nel suo intervento, Landini tiene però a tracciare una distinzione netta. Condanna la violenza senza ambiguità e solidarizza con gli agenti colpiti durante le manifestazioni. Allo stesso tempo, accusa il governo di usare le forze dell’ordine in modo “cinico“, come uno “scudo politico“. La contraddizione, secondo il segretario, è evidente: si difendono gli agenti a parole ma non si affrontano i problemi strutturali del comparto quali la carenza di organico, gli stipendi, le pensioni e le condizioni di lavoro.
Landini respinge anche la retorica sull’emergenza terrorismo e sulla violenza generalizzata che, a suo dire, alcuni ministri alimentano. Non nega che il problema sicurezza esista, ma sostiene che il governo stia scegliendo la strada più semplice e meno efficace: controllare il dissenso piuttosto che risolverne le cause reali. Per il sindacalista, le radici dell’insicurezza sono più profonde e scomode: disuguaglianze, precarietà, salari bassi, crisi industriali e disagio giovanile. Ignorare questi fattori significa intervenire solo sugli effetti, non sulle cause.
L’intervista si chiude con una presa di posizione chiara: la CGIL non arretrerà. Landini annuncia che il sindacato continuerà a manifestare e mobilitarsi, in particolare sui temi della sanità pubblica e di una nuova legge sugli appalti. E lancia un avvertimento politico preciso: un’imminente campagna per la raccolta di firme. Il messaggio di Landini è: la partita non è solo sulla sicurezza, ma sulla qualità della democrazia.
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