I rave, la trasgressione e gli spazi per i giovani: parla la psichiatra 

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Dopo le polemiche per il decreto del governo l’opinione della psicoterapeuta Enrica Salvador: “I giovani non sono violenti, ma cercano visibilità. Sbagliato reprimerli” 

Un enorme polverone si è alzato intorno al caso di Modena, dove è stato organizzato, poi sgomberato, un rave party internazionale che ha raccolto migliaia di giovani provenienti da tutta Europa, occupando un capannone abbandonato. Tutto questo oggi è diventato reato.

Un punto di vista diverso

“Da psichiatra ho apprezzato i toni dialettici delle forze dell’Ordine che hanno puntato l’attenzione sulla sicurezza, visto che il capannone era pericolante, cui i ragazzi hanno risposto lasciando il luogo ingiustamente occupato in modo veloce e ordinato, preoccupandosi di ripulire lo spazio in modo educato e decoroso”, così commenta la psichiatra e psicoterapeuta Enrica Salvador alla quale abbiamo chiesto di mostrarci i fatti da un altro punto di vista: quello psichiatrico e psicologico.

“Ho apprezzato meno i toni di certa politica che sembra abbia colto l’occasione per etichettare ancora una volta i giovani come inadeguati, fuori controllo e pericolosi, da forgiare con la “repressione” perché troppo ottusi per comprendere le regole sociali” – sottolinea la Salvador.

Oggi i rave party sono reato, pena da 3 a 6 anni

Infatti, l’evento ha suscitato un gran clamore mediatico, tanto da indurre il nuovo governo appena insediatosi a mettersi al lavoro per legiferare in modo da proibire per sempre queste “riunioni”. Tutto questo è infatti reato: chiunque organizza o promuove l'”invasione” – commessa da più di 50 persone – è punito con la reclusione da tre a sei anni e con la multa da 1.000 a 10.000 euro. 

La pena fino a sei anni consente di disporre le intercettazioni per prevenire i rave, che vengono quasi sempre organizzati con un passaparola in chat e social “coperti”. Per il solo fatto di partecipare al rave la pena è diminuita. È sempre ordinata la confisca “delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato… nonché di quelle utilizzate nei medesimi casi per realizzare le finalità dell’occupazione”. 

“La pacchia è finita” non è una dialettica vincente

Di certo studiare determinati movimenti da un punto di vista sociologico e psicologico, piuttosto che politico, sarebbe la via più saggia, anche in vista di eventuali decisioni da prendere. Se l’unica via per dialogare con i giovani è quella di imporre leggi per controllare e impedire, probabilmente non si ha ben chiaro il motivo per il quale tali “forme di ribellione” vanno a crearsi.

“‘La pacchia è finita’ non è una dialettica vincente – ci spiega infatti la psichiatra – soprattutto quando si tratta di comunicare ai giovani, che probabilmente vivono queste manifestazioni come un modo attraverso il quale esprimere una trasgressione, una ribellione ad uno status quo che non li rappresenta e in cui non si identificano. 

La tranquillità e la calma con cui hanno collaborato e liberato gli spazi occupati, parla di giovani che non sono violenti, e non si muovono per distruggere le istituzioni, semmai per cercare uno spazio di visibilità, perchè si sentono “non visti””.

“Trasgressione” come realizzazione di un’identità personale

Se “Trasgredire” è una parola che viene dal latino e che significa “andare oltre” e che quindi  nel linguaggio comune è stato tradotto per lo più come accezione negativa di violare le norme o passare provocatoriamente i limiti della morale corrente, – che riportano quindi al tema della giurisprudenza e alla religione – la Salvador legge in questo significato etimologico qualcosa di positivo, “nel mio lavoro di psichiatra e soprattutto di psicoterapeuta mi confronto continuamente con il dovere di aiutare i miei pazienti ad “andare oltre” i propri vissuti di impossibilità, per aiutarli a trovare la strada per realizzare la propria identità” – continua. “Penso che questo significato sia stato “dimenticato” dall’attuale società, soprattutto da quella adulta, ma che continui ad albergare nei giovani che vivono la trasgressione e la ribellione come un modo per cercare di realizzare un’identità personale ed originale, che non sia essere come gli altri, come il padre. In altre parole, “sentono”, anche senza sapere, che la ribellione è un’espressione dell’Io umano, un modo di esprimere un rifiuto, un no, che mira a salvaguardare l’Io originario e l’integrità della mente umana”.

Il punto è “sapersi ribellare”

Parole che dovrebbero far riflettere su come la “proibizione” sia diventata la soluzione per ammansire e domare chi prova a farsi sentire, a ribellarsi, anche solamente rendendosi invisibile – nascondendosi in luoghi-non luoghi, pur cantando e ballando. Infatti “dare per scontato che l’unica dialettica debba essere la repressione, nasconde l’idea religiosa, filosofica e anche della psichiatria ufficiale che l’essere umano sia naturalmente violento, quindi a nulla servono le parole”, continua la Salvador.

“Viene proposta la repressione perché si crede che questa sia l’unica strada per forgiare ed “educare” le persone ad essere bravi cittadini, senza comprendere che questo fa delle persone degli “addomesticati” che prima o poi esplodono, confermando la regola”.

Ribellarsi o non ribellarsi, questo è il dilemma. Il punto è, come ci spiega la psichiatra “sapersi ribellare”, che è più complicato, e che “spesso esita in un fallimento, che può aprire la strada verso la malattia mentale che certamente non può essere curata con le leggi”.

La natura umana non è naturalmente violenta, ma è orientata verso il rapporto interumano affettivo. Ma fondamentalmente “quello che si vuole proporre con questo modus operandi, è l’essere per identificazione con il padre. In questo caso a fare le veci del padre sarebbero le istituzioni, che confermano di basarsi sull’idea che all’origine della specie umana non c’è un’identità, non c’è un Io, ma un caos da controllare – sottolinea la dottoressa Salvador – perché siamo tutti un po’ matti e potenzialmente pericolosi, cioè si continua ad annullare, ma forse oggi è più corretto dire a negare, che esiste un pensiero che rivoluziona radicalmente questa idea religiosa e razionale. Dico negare, perché sono oramai 50 anni che esiste una teoria sulla natura umana che dice che la fisiologia della mente umana non è violenta, ma naturalmente orientata alla ricerca del rapporto interumano, e aggiungerei al rapporto interumano affettivo, quindi non psicotica”, afferma la Salvador riferendosi alla teoria della nascita di Massimo Fagioli, che scardina questo pensiero millenario sulla origine perversa della mente umana, una speranza per un cambiamento culturale che lascia pensare che possa essere più facilmente compresa da giovani ribelli, piuttosto che da adulti dediti all’ordine e al raziocinio. Ma facciamo un passo indietro.

I primi rave negli anni ’70 tra America e Europa

“I “moderni” Rave Party sono un fenomeno nato intorno agli anni 70 tra l’America e l’Europa, non a caso nell’immediato post 68. Dico moderni perché in realtà si può affermare che esistano sin dalle prime forme di civiltà, e che quelli di oggi si possano assimilare ai più antichi riti primitivi. Di certo non sono “un’invenzione” dei giovani di oggi”.

I primi rave in Italia: denuncia politica di estrema sinistra

“In Italia si è iniziato a parlare di questi movimenti verso la fine degli anni 90, ma sono divenuti diciamo più “famigliari” da una ventina di anni.

Sono nati come movimento di denuncia politica dell’estrema sinistra, volto a criticare sistemi governativi reazionari di tipo repressivo, e composti per lo più dalle fasce popolari economicamente più disagiate. I loro partecipanti usavano, e usano ancora, identificarsi in aggregazioni politiche extraistituzionali che fanno base nei cosiddetti “centri sociali”.

La “filosofia” degli appartenenti ai centri sociali, si è spesso basata sulla occupazione di spazi, edifici, stabili, per lo più pubblici, dismessi ed abbandonati, il cui scopo era di quello di “riappropriazione” popolare degli stessi per ridare vita a soldi pubblici mal spesi”.

A Roma i rave all’Air Terminal, oggi sede di Eataly

“Ricordo che negli anni 90, in occasione dei mondiali di calcio a Roma, fu costruito l’Air Terminal, una stazione di treni veloci in zona ostiense”. Così ci racconta la Salvador. “Il luogo, all’epoca piuttosto isolato dal contesto della città, doveva facilitare i numerosi collegamenti previsti tra l’aeroporto di fiumicino e il centro città. La struttura architettonica post-moderna, molto bella, fu realizzata in tempi record, ma non ebbe il successo atteso, diciamo che fu un flop infrastrutturale oggetto di numerose critiche che rimase abbandonato per anni. In questa magnifica struttura, che oggi ospita il palazzo enogastronomico Eataly famoso in tutto il mondo, ad un certo punto si svolsero dei piccoli Rave Party, serate in cui i giovani organizzavano feste aperte, dove si ballava e beveva, qualcuno forse utilizzava pure sostanze stupefacenti, ma non necessariamente”.

I rave non sono un’invenzione dei giovani di oggi, ma sono sempre esistiti. La domanda nasce spontanea, perché soltanto oggi la politica ci va giù dura, con norme da “stato di polizia”, che in genere si applicano ai mafiosi? Sembrando dunque un mero sfogo premeditato di un governo impregnato di un ideologia eccessivamente repressiva.

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