Falcone, la sorella Maria: «Giovanni non voleva essere un eroe»

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In occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci, dove perse la vita il magistrato del maxiprocesso contro la mafia, Palermo organizza una giornata commemorativa per ricordare tutte le vittime della criminalità organizzata 

Sono passati trent’anni dalla strage di Capaci, che portò via la vita al magistrato Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. 

Da Palermo, Maria Falcone, sorella del magistrato ricorda: «Lui non voleva essere un eroe, ma voleva essere soltanto un magistrato che facesse soltanto il proprio dovere. Non dobbiamo pensare solo al passato, ma anche al futuro per questa nostra città». 

Diversi gli eventi organizzati al Foro Italico di Palermo in occasione della ricorrenza. Gli appuntamenti sono partiti già dalla giornata del 18 maggio, data di compleanno di Falcone, per estendersi fino a oggi. 

Nel capoluogo siciliano sono presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e diversi volti della politica italiana, fra cui il ministro della Giustizia, Cartabia, degli Interni, Larmorgese, degli Esteri, Di Maio, e dell’Istruzione, Bianchi. 

Alle 17.58, ora precisa dell’attentato, ci sarà un minuto di silenzio e raccoglimento per commemorare Giovanni Falcone e le vittime della strage di Capaci, ma anche per tutti coloro che hanno perso la vita contro la criminalità organizzata. 

Mattarella: «Falcone e Borsellino dimostrarono che la mafia non era imbattibile»

Parla il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricordando il lavoro compiuto da Giovanni Falcone e il suo collega Paolo Borsellino nella lotta contro la criminalità organizzata. 

«Nel 1992 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono colpiti perché, con la loro professionalità e determinazione, avevano inferto colpi durissimi alla mafia, con prospettive di ulteriori seguiti di grande efficacia, attraverso una rigorosa strategia investigativa capace di portarne allo scoperto l’organizzazione – afferma il capo dello Stato – La mafia li temeva per questo: perché avevano dimostrato che essa non era imbattibile e che lo Stato era in grado di sconfiggerla attraverso la forza del diritto». 

Mattarella ritorna al 1992, al momento successivo alla strage: «La storia della nostra Repubblica sembrò fermarsi come annientata dal dolore e dalla paura. Il silenzio assordante dopo l’inaudito boato rappresenta in maniera efficace il disorientamento che provò il Paese di fronte a quell’agguato senza precedenti – ricorda Mattarella – ma a quella ferocia la nostra democrazia si oppose con la forza degli strumenti propri dello Stato di diritto». 

Le idee di Falcone furono osteggiate anche da dentro la magistratura, da chi non sapeva comprendere la portata del fenomeno mafioso in tutta la sua crudeltà. Alla luce di questo sbaglio compiuto dalle istituzioni, il presidente della Repubblica auspica che il ruolo dei magistrati nella lotta alla criminalità organizzata continui, nella memoria di Falcone, Borsellino e le altre vittime. 

«La fermezza dell’operato di Falcone nasceva dalla radicata convinzione che non vi fossero alternative al rispetto della legge anche a costo della vita. Coltivava il coraggio contro la viltà, frutto della paura e della fragilità di fronte all’arroganza della mafia. Non si abbandonò mai alla rassegnazione o all’indifferenza», afferma Mattarella per poi essere interrotto da un lungo applauso dei ragazzi che affollano il prato. 

Vedova Montinaro: «La stele è luogo di rinascita»

«Ogni volta che vengo qui mi sento come se fosse il 23 maggio 1992. Questo è un posto particolare, ancora di più per chi come noi ha pagato il prezzo altissimo di perdere una persona amata. Dobbiamo mettere però da parte le lacrime: questo luogo è diventato un simbolo di rinascita», così la Tina Montinaro, vedova dell’agente della scorta Antonio, ricorda Capaci. 

«Non dobbiamo mai dimenticare che la mafia esiste ancora: lo dobbiamo ad Antonio, Rocco, Vito, Giovanni e Francesca – prosegue poi la donna, lanciando un appello ai giovani – Siano diversi, più attenti e migliori: parliamo tanto di lasciare loro un futuro più roseo, ma nessuno pare volersi prendere questa responsabilità».

Le dichiarazioni della politica

In una giornata così importante sono molte le dichiarazioni rilasciate dai politici per ricordare l’impegno di Giovanni Falcone e il suo sacrificio contro la criminalità organizzata. 

«Il maxiprocesso è stata una svolta che io ho visto come una guerra di resistenza e liberazione che il pool antimafia aveva messo in atto. Era un modo per far vedere il volto della mafia dietro quelle gabbie e finalmente fare dire che la mafia esisteva», parla così dal palco di Palermo Pietro Grasso, ex presidente del Senato, nonché giudice di primo grado del maxiprocesso di Falcone e Borsellino. 

Marta Cartabia, ministro della Giustizia, ricorda poi l’importanza di continuare la lotta contro la mafia, anche attraverso la confisca dei beni: «L’accertamento della verità e delle responsabilità non è ancora finito questo percorso, qui in Sicilia e in tutta Italia». 

Il ministero dell’Interno, Luciana Lamorgese dopo aver deposto una corona di fiori sotto la Stele di Capaci, parla della strage di Capaci come di uno scatto nella società civile con cui lo Stato, le istituzioni e i cittadini hanno compreso quanto dannosa sia veramente la mafia. 

«Quella scossa sociale – ricorda Lamorgese – ha dato la forza allo Stato per andare avanti: sono state istituite la Dia e la Dna. È stato un punto fondamentale perché sconfiggere la mafia è possibile, non è invincibile. Falcone diceva che è un fattore umano e come tale destinato a concludersi, ma bisogna essere molto vigili, perché è capace di adattarsi». 

Il ministro Bianchi chiede che vi sia impegno verso gli studenti italiani che non avendo vissuto in prima persona la strage hanno bisogno di imparare: «Il modo principale per sconfiggere la mafia è portare qui i ragazzi e farli studiare e fare avere loro le parole di libertà contro la mafia. Ricordare quindi è importante perché non si vince una battaglia una volta per tutte ma bisogna vincerla ogni giorno». 

Lontano da Palermo, arrivano i commenti via social sulla commemorazione della strage di Capaci. Il leader della Lega, Matteo Salvini, scrive sui suoi account social: «Oggi è una giornata che inizia con una riflessione, perché è l’anniversario delle stragi di mafia di Capaci, che hanno seminato morte, sangue e disperazione, ma hanno lasciato un seme eccezionale soprattutto sulle giovani generazioni. La mafia va combattuta sempre, dovunque e comunque, portando via anche le mutande a questi stronzi, che hanno pensato di mettere l’Italia sotto i loro tacchi e, invece, da Nord a Sud meritano solo disprezzo e sequestri»

«Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro: l’Italia non dimentichi mai il loro martirio», scrive, invece, Matteo Renzi su Twitter. 

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