Falcone, la lotta contro la mafia col silenzio delle istituzioni 

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Fra omertà e intralci al suo operato, il magistrato del maxiprocesso non è sempre stato visto di buon occhio prima degli eventi di Capaci

Giovanni Falcone è stato ucciso due volte: dalla ferocia di Cosa Nostra e dal silenzio assordante delle istituzioni durante il suo lavoro. 

C’è una linea precisa e netta nella storia della lotta contro la mafia, un momento pre-23 maggio 1992 e un momento successivo alla data in cui Palermo, la Sicilia e l’Italia furono sconvolte. 

La ferocia mafiosa della strage di Capaci – e successivamente quella quasi preannunciata di Via d’Amelio –  hanno reso il dovuto riconoscimento a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per il loro lavoro contro la criminalità organizzata. 

L’epopea collettiva che ricorre ogni 23 maggio e 19 luglio ripercorre i meriti dei due magistrati, ma non sono state poche le difficoltà da loro incontrate ancora in vita: fra giudizi popolari, dubbi sulla validità delle indagini e la classica frase retorica sull’inesistenza della mafia. 

Maria Falcone ricorda che «Giovanni non voleva essere un eroe. Voleva solamente svolgere il suo lavoro»: non c’era intenzione di diventare un tragico simbolo, ma solo l’amore per la legalità. 

Carlo Martelli racconta… 

Un’operazione di delegittimazione che Falcone e Borsellino hanno vissuto fino agli ultimi giorni della loro vita. In un’intervista a “Il Messaggero” l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli ricorda l’amico e le difficoltà vissute nel suo lavoro: «Sicuramente a ucciderlo è stata Cosa Nostra, ma questo è avvenuto perché c’è stata un’azione che non ha soltanto denigrato Falcone o soltanto ostacolato: gli ha impedito di continuare il suo lavoro». 

Ai colleghi non piaceva il suo metodo di lavoro, affinato negli Stati Uniti nei corridoi dell’FBI. Falcone era convinto che la mafia esistesse, di non lanciare accuse nell’aria, ma per gli altri fare la guerra a Cosa Nostra era un rischio troppo elevato. Martelli ricorda le parole di Giovanni Pizzillo, all’epoca procuratore generale, che in una telefonata al suo capo disse: «Questo Falcone non è che può danneggiare tutta l’economia siciliana. Devi seppellirlo sotto una montagna di processi semplici».  

Quando gli fu assegnata la scorta insieme al collega Paolo Borsellino non furono poche le polemiche, così come all’indomani del ritrovamento di un borsone imbottito di esplosivo di fronte alla sua casa vacanze sulla scogliera dell’Addaura nel giugno 1989, furono molti a insinuare che ce lo avesse messo lui. Un tentativo per attirare l’attenzione per essere nominato procuratore aggiunto, dicevano. 

La mancata assegnazione al pool antimafia

Alla partenza di Antonio Caponnetto nella squadra di investigazione contro i crimini di mafia, Giovanni Falcone pose la sua candidatura come sostituto. Insieme a lui, il più anziano Antonino Meli, che vinse le elezioni. 

La ragione della preferenza verso Meli era, come di consueto in magistratura, una questione di anzianità di servizio, ma la scelta innescò non poche polemiche, visto la maggiore competenza di Falcone in ambito di mafia e criminalità organizzata. 

Di fatto, Meli portò il successo e l’avanzamento delle indagini a crollare, smantellando il pool e rendendo Falcone un bersaglio molto più facile per la mafia. Borsellino lanciò più volte un allarme alla stampa denunciando come l’ostracismo non potesse che rallentare la lotta alla criminalità organizzata. 

Polemiche dopo la strage di Capaci

Non fu la strage del 23 maggio a rendere veramente l’idea di quanto pericolosa fosse la mafia, almeno non nell’immediato. 

Nei giorni successivi alla morte di Falcone non si sono fermati i tentativi di delegittimare il ruolo avuto dal magistrato nel maxiprocesso a Palermo. L’attentato fu ritenuto un tentativo per distogliere l’attenzione verso l’elezione di Giulio Andreotti come presidente della Repubblica, orientando la scelta del Parlamento verso Oscar Luigi Scalfaro.

Falcone attraverso gli occhi di Borsellino

La strage di Capaci fu organizzata nei minimi dettagli dalla mente mafiosa. Dopo Falcone, fu inevitabile pensare che il prossimo bersaglio potesse essere Paolo Borsellino. 

I 57 giorni che separarono il 23 maggio 1992 alla strage di Via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio, furono i più difficili per il magistrato, che aveva visto morire il collega e amico fra le sue braccia in ospedale. 

Angosciato dal destino che lo avrebbe atteso, in un’intervista rilasciata a Lamberto Sposini il 24 giugno pronunciò le celebri parole: «Come disse Ninni Cassarà, convinciamoci che siamo solo dei cadaveri che camminano». 

Continuò a lavorare con frenesia nel ricordo del collega, non senza difficoltà da parte degli altri membri della procura. «La magistratura forse ha più colpe di ogni altro, ha cominciato a far morire Falcone», dichiarò Borsellino nel suo ultimo intervento pubblico. 

«Perché non è fuggito? Perché ha accettato questa tremenda situazione? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato – ricordò il magistrato nel suo discorso a Casa Professa nel giugno 1992 – Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”». 

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