L’intervistarilasciata daEmanuele Fianoala Repubblicaevidenzia unafratturacrescente all’interno delPartito DemocraticodiMilano, emersa con forza dopo lacontroversa proposta di sospendere il gemellaggiotra Milano eTel Aviv. Per l’ex parlamentare, questa decisione rappresenta qualcosa di più profondo di una scelta politica: è una “ferita profonda” cherischia di ampliarsisenza un confronto serio e costruttivo.
Fiano non si limita a contestare il merito della scelta, mainsiste soprattutto sul metodo. “Perché percepisco una grande distanza”, afferma, sottolineando come sutemi così delicatisarebbe necessario “un confronto vero, un’interlocuzione larga”. Parole che rivelano undisagio che va oltre il singolo episodioe tocca il modo stesso in cui il partito costruisce le proprie posizioni.
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Emanuele Fiano sullo stop al gemellaggio con Tel Aviv: “È una ferita che andrà curata“
Fiano mette in guardia da quella che definisce “una semplificazione ideologica: da una parte il male, dall’altra il bene”. Questo perché, neldibattito interno, la linea sostenuta da esponenti comePierfrancesco Majorinopunta invece a dare unsegnale netto contro la guerra. Una lettura, quella dell’ex parlamentare dem, che a suo avvisonon restituisce la complessità della situazionee rischia di produrre scelte politiche affrettate, come “recidere i rapporti” con una città che rappresenta anche altro.
Tel Aviv, ricorda infatti Fiano, è “il centro dell’opposizione a Netanyahu, delle manifestazioni per la pace”, un luogo in cui “centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra”. Da qui la necessità, ribadita con forza, di distinguere: “Se non distinguiamo tra governo e società, tra chi sostiene la guerra e chi la combatte,rischiamo di fare un errore politico”. Pur riconoscendo che “il governo di Benjamin Netanyahu haresponsabilità gravissime, chevanno denunciate con forza”, l’ex parlamentare insiste sul fatto che proprio questa consapevolezza dovrebbe spingere aevitare generalizzazioni.
La critica, quindi, non è alla legittimità della decisione in sé, ma “alle modalità di ragionamento che hanno portato a questa decisione”. L’intervista restituisce anche il senso di una solitudine solo apparente. “Dalla quantità di telefonate che sto ricevendo percepisco chesiamo in tanti a non condividere questa scelta”, afferma, lasciando intendere che ildissensosia piùdiffusodi quanto emerga pubblicamente.
Nonostante il disagio, Fiano chiarisce: “Io per il momento non esco”, pur ammettendo che “è una ferita che andrà curata”. Il suo appello invita afrenareeriflettere, evitando interpretazioni riduttive esemplificazionichenon renderebbero giustizia alla complessità del conflitto. La parte conclusiva dell’intervista non è solo un monito, ma anche uninvito esplicito al dialogo: la ferita, ribadisce Fiano, può esserecurata con un approccio più aperto e riflessivo.
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