Carceri sovraffollate, l’allarme della Casellati: «E’ ancora emergenza»

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Il presidente del Senato durante la presentazione della Relazione annuale del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale

Il sovraffollamento delle carceri è ancora un’emergenza nazionale. E’ la fotografia scattata dalla Relazione annuale del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, presentata lunedì mattina in Senato. All’evento ha preso parte anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato

«Nonostante gli importanti sforzi compiuti in questi anni – ha spiegato la Casellati nel suo intervento – anche sul piano legislativo, per contenere i flussi in ingresso e allargare quelli in uscita dalle carceri, il numero delle persone attualmente detenute in Italia continua ad essere pericolosamente al di sopra dei limiti di capienza, con un tasso medio del 105/110% dei posti disponibili. Vi sono poi situazioni di vera emergenza, come ad esempio in Puglia e in Lombardia, dove la concentrazione della popolazione carceraria arriva a superare il 130% e, in alcuni casi, persino il 160% dei posti disponibili. Oltre a generare disagio, malessere ed amplificare la percezione del carcere come luogo di degrado ed emarginazione, il sovraffollamento rappresenta uno dei principali ostacoli alla salvaguardia di diritti fondamentali della persona, come quello all’istruzione, al lavoro o alla sfera degli affetti». 

«Diritti che non sono solo guarentigie di una dignità umana che il carcere non può sopprimere – prosegue la Casellati – ma anche strumenti irrinunciabili per trasformare la pena in un’occasione di riscatto, recupero e rinascita sociale, come prescrive la Costituzione. Questo è tanto più vero nel caso dei minori, che rappresentano la vera sfida di un sistema detentivo chiamato non solo a considerare il carcere come una extrema ratio, ma anche a garantire che le misure restrittive non recidano i legami sociali e le prospettive di ritorno ad una socialità piena. Occorre quindi un convinto cambio di passo. Perché quelle che il Garante evidenzia anche nella relazione di quest’anno sono problematicità persistenti che richiedono soluzioni strutturali, non misure emergenziali. Altrimenti continueremo a confrontarci con un sistema che incatena: nel tempo e nello spazio. Che umilia e non riabilita. Un sistema in cui il tasso di suicidi in carcere continua ad essere tra i più alti in Europa, senza contare i numeri sempre più in crescita dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo». 

I dati sulle misure cautelari 

La presidente si concentra poi sull’analisi di questi dati. «Dati allarmanti soprattutto se si considera che quasi la metà dei detenuti che si sono tolti la vita in carcere negli ultimi due anni non stava nemmeno scontando una sentenza definitiva o si trovava sottoposto a misure cautelari. Una tragica realtà, che evidenzia in primo luogo l’esigenza di rafforzare il supporto psicologico e psichiatrico nelle strutture detentive, investendo sulla prevenzione e immaginando percorsi mirati per le persone più fragili e a rischio. E poi, calarsi nei bisogni e nel sentire delle persone rinnova l’urgenza morale di dare una soluzione a problemi ormai endemici come quello dell’eccessiva durata dei processi o dei casi di ingiusta detenzione. Il tempo non è mai una variabile marginale quando ad essere sotto la spada di Damocle è la libertà personale. L’attesa per una decisione da cui dipende il proprio futuro non può essere affidata all’alea procedimentale né prolungata oltre misura. Il rischio è che, specialmente per i reati commessi in giovane età, una sanzione inflitta a distanza di 10 anni perda la propria funzione retributiva e preventiva, trasformandosi in una pena inutile». 

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