Improvvisamente eccolo, Antonio Di Pietro arriva a testa alta a difendere la separazione delle carriere. Due vesti l’un contro l’altra in apparenza corazzate nel segno della riforma della giustizia.
Siamo ad Atreju, la kermesse dei giovani di FdI. E tra abeti, odore di arancia e cannella nell’aria e canti festivi, si affronta uno dei dossier più spigolosi e pungenti su cui la politica bipartisan si scontra nel quotidiano. Atmosfera distesa ma febbricitante, quella nella sala “Giustizia giusta” dove si è confrontato un parterre variegato come giusto che sia. In sette, come le virtù nonché i vizi capitali, siedono dinanzi ad un pubblico dagli occhi fissi su di loro in attesa di risposte concrete.
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Ebbene, moderati dal direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, dal Guardasigilli, Carlo Nordio, a Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, Alberto Balboni, senatore FdI e presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e Gaetano Azzariti, professore di Diritto Costituzionale, fino all’ex pm del pool Mani Pulite.
“Si inizia con un sabotaggio“, scherza Cerasa che coglie la battuta di un tecnico a bordo palco ironizzante un paradosso su Nordio se avesse espresso contrarietà alla separazione. E dopo un’ora di vociare indistinto, applausi, sguardi convinti ma a tratti perplessi tra i presenti a seconda degli interventi, cogliamo un Di Pietro allo stato brado che si concede ai microfoni de Il Difforme.
Insomma, sventola la bandiera del Sì ma lascia un po’ l’amaro in bocca. Il Di Pietro in questione è il Di Pietro emblema di Tangentopoli, quindi ministro e leader di Italia dei Valori. Un uomo intransigente nei Palazzi e animatore convinto di piazze antiberlusconiane di bandiere invece viola. Ha cambiato idea ma non riesce a dirlo esplicitamente, lo fa con le sue posizioni. Talmente convinto al punto di farsi volto ufficiale del fronte del “Sì“.
Sicché la domanda sorge spontanea e la risposta accompagna sotto braccio la riflessione: “Io c’ero da poliziotto, da magistrato, da avvocato, da imputato, da indagato, da parte lesa e da parte civile. Sono qui perché ho vissuto le mie esperienze da magistrato in simbiosi con i gip. E sono qui perché ho subito la simbiosi tra pm e giudici“. Parole che non passano in sordina e che fanno capire che forse si cerca di imparare dal passato.
Parla in terza persona e poi in prima, sorride, cerca di non prendersi troppo sul serio ma sa fin dove può spingersi nel dare voce ai suoi due se stessi. “Io voterò Sì al referendum perché a me piace guardare la norma per quel che è non per chi la presenta o l’ha presentata“, scandisce l’ex pm invitando a presentarsi alle urne.
Un cambio di rotta radicale. E’ tornato sui suoi passi come il ministro Nordio fece quando era magistrato e si rese conto che forse si stava esagerando? “Non se la prenda con me, ma io ragiono come Di Pietro e quindi mi basta e m’avanza, non ho bisogno di avere un esempio altrui“, stigmatizza con il suo accento molisano per poi spostare l’attenzione su un ricordo firmato Silvio Berlusconi: “In realtà c’è stato un periodo in cui la riforma avrebbe richiesto dentro l’articolo 104, un comma che dicesse il pubblico ministero deve andare sotto l’esecutivo. Lo voleva qualcuno, lo sa?“.
Ecco, la riforma presentata dal governo Meloni non infila la sudditanza del pm all’autorità politica quindi “approfittiamone“. La furbizia non l’ha persa nonostante la politica l’abbia tradito quanto lui ha tradito la politica. E adesso un cittadino in cerca di serenità dinanzi ad un giudice in tribunale.Ecco il nuovo Di Pietro.
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