Si può siglare una pace e preparare in tal modo una nuova guerra. Oppure continuare una guerra balorda in attesa di una pace che sia “giusta e duratura”, ma soprattutto in grado di garantire il rispetto del diritto internazionale. Sono gli estremi del pendolo che oscilla vorticosamente da quando è stato reso noto il piano di Donald Trump – concordato con Vladimir Putin – per mettere fine alla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Un piano presentato da Trump nella formula che più gli è tipica: un ricatto in piena regola a Volodymyr Zelensky. O accetti di bere questa cicuta, oppure sarà ancora guerra, con il sottinteso che neanche più una fionda sarà venduta dagli Usa a Zelensky.
È la fase più drammatica del conflitto giunto al 1004/mo giorno. Per il tycoon la guerra può finire a condizione che l’Ucraina rinunci per sempre alla Crimea, persa nel 2014, al Donbass e alle 3-4 province già conquistate dalla Russia. Come sovrapprezzo, dovrà anche ridimensionare la sua potenza militare, sia in armamenti sia nel numero degli effettivi. Altre clausole vessatorie prevedono la rinuncia dell’Ucraina a bussare alla porta della Nato, nessun contingente europeo dovrà far parte di una futura forza di peacekeeping. Si tratta sotto ogni punto di vista di sottoscrivere un accordo umiliante, una resa incondizionata ipocritamente chiamata accordo di pace.
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Il tutto è stato partorito alla Casa Bianca, in costante contatto con Mosca. Bypassando sia l’Unione europea sia il governo Zelenski. Si chiede a tutti gli effetti di smobilitare una nazione, e di riconoscere alla forza di Putin di riscrivere un capitolo delle relazioni internazionali. In queste condizioni è quasi pleonastico chiedersi a che cosa servano le garanzie americane: a nulla. In un contesto simile sono molti e gravi i problemi che si aprono, e nessuno che venga risolto.
I leader europei hanno più di un motivo per essere allarmati. Che cosa ne è delle relazioni internazionali una volta che si è sdoganata la pratica per cui la forza militare può riscrivere il diritto dei popoli? Se la forza del diritto deve soccombere al diritto della forza come regolatore delle controversie fra Stati? La crisi del multilateralismo tane volte evocata da Sergio Mattarella ha inferto ferite profonde al tessuto delle relazioni internazionali. È una via tortuosa e complessa quella che va percorsa per ricostruire un sistema di regole in cui tutti possano riconoscersi. Dall’Ucraina a Taiwan, da Gaza al Darfur e al Sudan fino al Venezuela, sono troppi i casi aperti per risolvere i quali c’è sempre in agguato la tentazione di ricorrere alla forza militare.
L’Unione europea è chiamata a una sfida per cui non era preparata. Ha rinviato ogni volta di sciogliere i nodi della sicurezza e della difesa comune. L’aggressione russa a Kyiv ha scosso dal torpore la classe politica la quale ha scoperto che in questi anni si era enormemente dilatata la capacità di Mosca di condizionare le opinioni pubbliche europee e “avvicinare” forze politiche rilevanti. Quando si parla della guerra ibrida ci si riferisce a una modalità di combattimento che si scopre quasi sempre in ritardo. È esattamente quello che è accaduto con Mosca.
È in questo quadro turbolento che l’Unione europea deve muoversi, e deve farlo con una rapidità che non le appartiene. Il piano Trump-Putin per la pace in Ucraina è uno schiaffo, il più pesante mai portato alla solidarietà atlantica dalla sua nascita, nel 1949. Trump ha negoziato con Putin sulla testa dell’Unione europea, ricatta Zelenski perché lo accetti minacciando di fermare ogni fornitura di armi. L’Italia e Meloni sono dentro lo stesso bivio dell’Unione europea: si può salvaguardare la consonanza ideologica con Trump a rischio della sicurezza e della sovranità dell’Italia? Si può proclamare la salvaguardia dell’unità dell’Occidente se questo viene vissuta come un ostacolo dagli Stati Uniti di Trump? Sono domande ineludibili per rispondere alle quali il tempo si va esaurendo.
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