La situazione non è ancora sfuggita di mano. I droni caduti sulla Polonia non sono frutto di un errore. Sono stati lanciati e guidati da remoto per cadere esattamente là dove sono caduti. Una provocazione di Putin, nessun dubbio. Il suo portavoce, Dmitri Peskov, è quasi beffardo: il Cremlino non sa nulla, chiedere al ministero della Difesa. Quei droni sono un test: il dittatore russo vuole testare le reazioni dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali, verificare fin dove potranno spingersi nel contenimento delle provocazioni russe. C’è una prima verifica: il filorusso Orbán ha deprecato come “inaccettabili” provocazioni quei droni.
L’Ungheria è da sempre considerata una quinta colonna di Mosca nell’Unione europea ma Orbán è troppo intelligente per non capire il prezzo intollerabile che dovrebbe pagare continuando nell’accondiscendenza verso Mosca. Trovarsi trasformato in una specie di Lukashenko, il dittatore bielorusso, non è certamente la sua ambizione. Il premier polacco, Donald Tusk, ha chiesto l’attivazione dell’articolo 4 dell’accordo di Washington (Patto Atlantico) che prevede consultazioni rapide e immediate fra gli alleati se uno di essi avverte di essere minacciato. Il segretario della Nato, Mark Rutte, è stato il primo a reagire con parole ripetute quasi alla lettera dall’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Withaker: non cederemo neanche un centimetro di territorio dei nostri Paesi.
Sono reazioni ben calibrate, con parole cesellate nella loro determinazione senza essere ultimative. Parole che riflettono, da un lato, l’allarme per l’asticella che Putin mette sempre più in alto e, dall’altro lato, lasciano la porta sempre aperta a un possibile negoziato. Il punto che rimane da capire è esattamente il tipo di garanzie che Putin chiede per varcare quella porta. Sono, è risaputo, garanzie pesanti e per Zelensky difficilmente accettabili senza compromettere la dignità del proprio Paese. Putin vuole vedersi riconosciute le province fin qui conquistate, chiede la smilitarizzazione dell’Ucraina e l’impegno sancito in atti ufficiali che mai entrerà nell’Alleanza atlantica mentre lascerebbe via libera per l’adesione all’Unione europea.
Il presidente russo è convinto che le sue richieste saranno meglio esaudite alzando il livello dello scontro militare, minacciando di fare lo stesso con i Paesi confinanti e quelli che continuano a rifornire Kiev di armi e soldi. Che si sappia, nessuna voce si è levata dal suo entourage per indicare una via alternativa per il semplice fatto che non esiste un’alternativa che non preveda almeno un cessate il fuoco.
Per Putin è impossibile chiudere le ostilità lasciando l’impressione di una guerra persa o finita in stallo, una circostanza che indebolirebbe la sua autorevolezza già provata da tre anni e mezzo di una guerra che prevedeva di concludere in una settimana. La Russia non può permettersi di restare nel guado. Qualcuno deve aiutarla a traghettare sulla sponda del negoziato, opzione anche questa per lui inaccettabile poiché implicherebbe sempre una mezza resa alle ragioni dell’Ucraina.
È una situazione terribile da sostenere e dalla quale è ogni giorno più complicato uscire senza qualche rinuncia per le sue ambizioni. È in uno stallo simile che il presidente Mattarella vede annidati rischi gravissimi. Dalla Slovenia dove è in visita, Mattarella ha evocato l’estate del 1914 quando, in seguito all’assassinio dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo, erede al trono di Francesco Giuseppe, e di sua moglie Sofia, si cercò in un primo momento di circoscrivere le conseguenze dell’attentato salvo, ad agosto, assistere allo scoppio dell’incendio che portò alla Prima guerra mondiale.
La preoccupazione di Mattarella accomuna tutti i governi europei. Evitare che la situazione sfugga di mano è una priorità assoluta, insieme, ovviamente, alla necessità di trovare una via d’uscita che non comporti la mortificazione dell’Ucraina perché con Kyiv sarebbero mortificati tutti i Paesi suoi alleati.
La brusca impennata del confronto militare, con gli aerei della Nato di base in Polonia costretti ad alzarsi in volo per difendere i cieli europei, segna una svolta nel conflitto. A parte Orbán, nessuna delle forze politiche europee considerate più vicine alla Russia ha fatto sentire la propria voce. In imbarazzo Salvini e Conte, in Italia, Marine Le Pen e Mélenchon in Francia, l’AfD in Germania. Anche per loro diventa ogni giorno più difficile spendere parole di sostegno alla furia bellicista che soffia dal Cremlino.
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