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L’Unione europea c’è. Trump lo ha capito a Davos

Il presidente degli Stati Uniti continua ad alternare minacce e lusinghe, blandizie e intimidazioni ma al World Economic Forum ha toccato con mano i limiti del suo potere quando l’Unione europea parla a una sola voce. Come è accaduto per la Groenlandia: Trump ha rinunciato ad atti di forza e ha revocato l’incremento dei dazi ai Paesi che avevano mandato truppe nella “terra verde”. A Davos ha parlato in assenza dei leader europei. Giorgia Meloni ha capito la nuova direzione, senza problemi ha condiviso la linea europea. I problemi sono in Italia: Salvini&Vannacci sono gli unici sovranisti europei schierati con Trump. Gli altri - da Le Pen a Farage a Weidel - difendono la Groenlandia

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Sarebbe da ingenui pensare che le concessioni fatte da Trump a Davos siano la fine della disputa sulla sovranità della Groenlandia. Quando sembra concedere qualcosa (in realtà a usare la ragionevolezza e il buon senso) in realtà Trump si prepara a confermare lo stesso obiettivo percorrendo strade diverse, magari meno ostentatamente aggressive verso i suoi interlocutori.

Anche se dalla tribuna svizzera non ha risparmiato parole di disprezzo verso gli europei (tutti assenti durante il suo intervento) ricordando, per esempio, che senza l’intervento degli Usa “oggi parlereste tutti tedesco e un po’ di giapponese”. È un gioco futile tentare di trovare una spiegazione psicologica al suo comportamento. In fondo l’uomo è anche schematico: quando deve arretrare copre la ritirata bullizzando gli avversari. Per usare il vernacolo romanesco: quante me ne ha date, ma quante gliene ho dette…

A guardare senza retropensieri la scena di Davos, e in vista del Consiglio europeo straordinario di oggi pomeriggio, è impossibile non cogliere una crescente difficoltà del presidente americano nel focalizzare gli obiettivi e, di riflesso, nell’approntare gli strumenti più adeguati per portare a casa il risultato. La vicenda della Groenlandia è esemplare sotto questo punto di vista. L’amministrazione statunitense ha saltato a piè pari ogni strategia diplomatica e d’impego ha comunicato al governo danese di volere la proprietà dell’isola, indispensabile per la sicurezza degli Usa.

Un simile comportamento sfugge alle più sofisticate analisi politico-diplomatiche e si spiega semplicemente con la volontà predatoria di un leader deciso ad affermare la sua ideologia (America first) anche contro l’evidenza della realtà. A Trump non interessano le conseguenze che i suoi atti possono produrre nel sistema di alleanze degli Stati Uniti: nella sua visione è importante anticipare le mosse degli avversari e per riuscire non vuole sentirsi imbrigliato dalle regole della diplomazia, da consultazioni e riunioni con alleati verso i quali nutre un sincero e dichiarato disprezzo, salvo definire “fantastico” ogni leader dopo averlo ricevuto alla Casa Bianca,

Ha inquadrato meglio di tutti la situazione il premier canadese Mark Carney: quella che stiamo vivendo non è una fase di transizione, ma è la rottura dell’ordine mondiale liberale. Carney lo ha detto dalla tribuna di Davos, rivolto a una platea di opinion maker e di banchieri, consapevole del peso delle sue parole. A qualcuno saranno sembrati toni esageratamente drammatici, ma se si guarda alla catena di eventi di cui Trump è stato ed è protagonista è facile concordare con il premier canadese. Dopo aver “prelevato” il presidente venezuelano Maduro, Trump ha rinnovato i suoi moniti, nell’ordine: a Claudia Sheinbaum, presidente del Messico, accusata di essere in balia dei narcotrafficanti; al regime cubano, a cui ha assicurato che prima o poi dovrà pensarci; al regime di Teheran, per sollecitarlo a sospendere il bagno di sangue. En passant, un indice ammonitore lo ha puntato anche contro la Colombia.

Quando sul numero di gennaio di Foreign Affairs si denuncia la tendenza di Trump “a mandare in frantumi tutte le norme sui limiti dell’uso della forza”, si dice semplicemente che si è in presenza di un uso arbitrario e smisurato della forza per scopi e obiettivi altrimenti perseguibili con i mezzi della diplomazia. Una tale curvatura di aggressività sempre più accentuata non è stata una sorpresa per l’Europa. Ha sorpreso semmai l’accelerazione impressa da Trump ai suoi disegni. A tal punto che le forze sovraniste del Vecchio Continente si ritrovano oggi spiazzate da colui che consideravano un riferimento naturale. Nigel Farage, Jordan Bardella, Alice Weidel, cioè i sovranisti di Londra, Parigi e Berlino, hanno criticato con parole nette la minaccia americana sulla Groenlandia.

A loro non si sono però uniti Salvini e Vannacci: un’anomalia tutta italiana con riflessi inevitabili anche nell’atteggiamento del governo. Meloni si ritrova costretta ad annacquare il suo allineamento sempre più netto alle altre cancellerie europee. Ha preso tempo per dare l’adesione dell’Italia al Board of peace (una sorta di mini-Onu con a capo Trump e a cui parteciperà anche Putin). Ha definito “un errore” l’annuncio di nuovi dazi a carico dei Paesi che avevano inviato soldati in Groenlandia (la stessa notizia aveva scatenato l’entusiasmo della Lega). E se Salvini era in qualche modo un alleato riottoso ma in fondo governabile, con Vannacci che soffia sul fuoco per Meloni potrebbero aprirsi grane di non poco conto sulla destra.

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