Strano vertice. Strano nella preparazione, ancora di più strano – ma non sorprendente – nello svolgimento. Trump poteva aggrottare un sopracciglio, o anche solo storcere per un attimo le labbra da un lato. Niente di tutto questo: il potere seduttivo di Vladimir Putin ha avuto la meglio su di lui. L’obiettivo minimo, cioè il cessate il fuoco, non è stato neppure mai sfiorato dal presidente americano. Come la volpe nella favola di Esopo, anche a Trump – non avendolo raggiunto – è sembrato poco ambizioso e per meglio nascondere l’insuccesso ha spiegato in conferenza stampa che si sarebbe negoziato direttamente un accordo di pace.
La catastrofe diplomatica è imbarazzante per dimensioni.
Nel rapporto con Putin si è spinto talmente avanti nelle concessioni, nei ripensamenti e nelle correzioni, nelle giravolte e poi nei cedimenti, da non vedere come possa recuperare una situazione che non controlla più, ammesso che l’abbia davvero mai controllata. Da Putin non è venuta nessuna delle concessioni minime che Trump riteneva già acquisite. A cominciare da un cessate il fuoco di almeno 30 giorni per cercare di intavolare un negoziato.
Putin ha ribadito che le terre conquistate dall’esercito russo sono da considerarsi fuori da ogni possibile negoziato: quello che è acquisito fuori discussione. A rafforzare l’impressione del fallimento diplomatico americano concorrono in qualche modo le parole elogiative del portavoce di Putin, Peskov, il quale ha sottolineato l’intesa e la sintonia perfetta fra i due leader. Come a dire: Trump ha insistito, ma non più di tanto, nel difendere le ragioni dell’Ucraina con ciò riconoscendo implicitamente le buone ragioni che hanno spinto la Russia alla guerra.
Il risultato di questa strategia è stato devastante. Ne esce l’immagine del presidente americano come di un uomo remissivo, vuoi per debolezza di carattere, vuoi per limiti nella capacità di negoziare con vecchi marpioni come Putin e Lavrov. Zelensky, che dovrebbe essere a Washington lunedì prossimo, si troverà probabilmente un Trump furioso, pronto a replicare la bullizzazione su di lui come già accadde a febbraio. Perché, in fondo, è più semplice incolpare il leader ucraino del mancato accordo sul cessate il fuoco che non prendersela con Putin.
Il quadro diplomatico appare a questo punto gravemente lesionato se non del tutto compromesso. L’insuccesso del vertice di Anchorage si riflette inevitabilmente sull’Unione europea e sulla residua chances di riconoscerle un posto al tavolo negoziale. Questo è un ulteriore punto a favore di Putin: indebolire l’Unione europea porta fascina nel fienile russo e svuota di significato il sostegno europeo a Kiev. È sufficiente leggere la nota o firmata dalla presidente della Commissione e dai principali leader europei. “Questa mattina presto, il presidente Trump ci ha informato e ha informato il presidente Zelensky in seguito al suo incontro con il presidente russo in Alaska il 15 agosto 2025. I leader hanno accolto con favore gli sforzi del presidente Trump per fermare le uccisioni in Ucraina, porre fine alla guerra di aggressione della Russia e raggiungere una pace giusta e duratura“.
La dichiarazione congiunta – firmata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il presidente della Francia Emmanuel Macron, il cancelliere della Germania Friedrich Merz, il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer, il presidente della Finlandia Alexander Stubb, il primo ministro della Polonia Donald Tusk e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa – prende atto come dopo il vertice di ieri “il prossimo passo deve ora essere di proseguire i colloqui, anche con il presidente Zelensky”.
Dietro tanta cautela diplomatica c’è in realtà un dichiarato atto di sfiducia nell’operato di Trump. L’Unione europea si sforza di dar credito politico a una presidenza americana la cui inconsistenza nel governo delle relazioni internazionali è stata già drammaticamente misurata. Gli esordi di Trump promettevano la fine di tutte le guerre in 24 ore. Era con tutta evidenza una manifestazione insieme ingenua e spocchiosa di una leadership estranea ai meccanismi della diplomazia e della politica.
Da tale clamorosa inadeguatezza sono derivati guasti rilevanti alle relazioni internazionali. A partire dalla guerra in Ucraina che Trump – ricorderanno i lettori – riteneva essere stata causata da Zelensky, per non tacere del Medio Oriente, altro dossier reso inagibile dal sostegno bendato a Netanyhau senza mai cercare di tessere una tela con i Paesi arabi moderati.
Va detto che dal vertice di Anchorage c’è un sicuro vincitore, anche se fisicamente assente. Si parla di Xi Jin Ping. Il leader cinese dal febbraio 2022, cioè dall’inizio dell’aggressione russa a Kiev, ha messo il guinzaglio a Putin e ogni giorno lo ha reso più corto. Dietro il viso sorridente e beffardo del leader russo, Trump deve aver intravisto il sorriso enigmatico del leader cinese.
Il successo di Putin è suo in minima parte. Attraverso Putin in realtà è stata Xi a parlare a Trump, a spiegargli che il tempo degli accordi non è maturo finché Washington non si acconcerà a riconoscere che senza il multilateralismo non esiste più la pace garantita da due sole potenze. Pechino è oggi il polo alternativo all’Occidente e Putin è una pedina – una delle tante – manovrata da Xi Jin Ping per ridefinire le aree di interesse delle potenze economiche e militari.
Xi e, aggiungiamo, i “volenterosi”. Vissuti da Trump come un ostacolo, sono quei Paesi europei ( fra i quali c’è l’Italia) pronti ad assumersi gli oneri per stabilizzare la situazione in Ucraina una volta trovato un accordo di pace. I “volenterosi” altro non sono che la risposta migliore e politicamente innovativa venuta da Parigi, Londra, Roma e Berlino: pronti a fare la nostra parte, ma Trump eviti di tradire l’Occidente in nome del business.
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