Trump non è un pazzo, è ingordo di potere: attacca Meloni e l’Europa ma pensa alle elezioni di novembre

Certi politici preferiscono fermarsi alla superficie delle cose e non hanno il coraggio di guardare in profondità. Trump attacca l’Uniome europea perché ne teme la capacità di competere e vorrebbe disgregarla, esattamente come Putin e Xi Jin Ping. Quando ingiuria Giorgia Meloni e svillaneggia gli altri premier lo fa con l’occhio rivolto all’opinione pubblica americana alla quale vuole offrire l’Ue come responsabile del disastro iraniano. È un furbastro, con modi da strapaese e qualche insulto da osteria. Riesce ad aver torto anche quando ha ragione, come nel caso dell’aumento delle spese per la difesa

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Quando Carlo Calenda si riferisce a Donald Trump come a una persona malata perché “non ha misura, giudica gli altri sulla base dell’asservimento alle sue volontà”, dice una parte della verità, ma una parte molto superficiale che non va a toccare la sostanza della strategia politica diDonald Trump. Perché il presidente americanoha una strategia fin troppo chiara, anche se incomprensibile nelle procedure scelte per applicarla.

Donald Trump ha attaccato più volteGiorgia Meloni, infastidito e sorpreso dall’autonomia mostrata dalla premier italiana nell’applicare in modo scrupoloso gli accordi bilaterali sull’uso delle basi militari americane in occasione dei bombardamenti sull’Iran.A Trump deve essere sembrato qualcosa di molto simile a un affronto, un rifiuto – per lui che disconosce regole, procedure e trattati – incomprensibile e oltraggioso.

Si tratta di unmisunderstandingper chi è abituato a soppesare i rapporti diplomatici sulla base di norme e di prassi consolidate nel tempo. Trumpignora tutto ciò che ha a che fare con le regole della diplomaziae su ogni questione lascia cadere il suo giudizio personale, svincolato da ogni considerazione di opportunità ma non dal calcolo dell’utilità. Quando ha preso di mira i leader europei e, da ultimo, la presidente Meloni, Trump non lo ha fatto perché malmostoso o per consumare una vendetta. Lui non ha mai fatto mistero di odiare l’Europa e in particolare l’integrazione politica europea perché la considera un pericoloso competitore rispetto agli Stati Uniti.

Questa circostanza condiziona ogni suo gesto e ogni sua scelta politica, e sarebbe oltre modo sbagliato riferire i suoi attacchi personali ai singoli premier comeun fatto puramente caratteriale o emotivo e privo di motivazioni politiche. Non è così. Trump sa distinguere fra competitori temibili – vedi Xi – con i quali è pronto ad accordarsi, e potenziali competitori che lui è pronto a stroncare. In questa seconda categoria rientra sicuramente l’Unione europea e, con motivazioni diverse ma non troppo dissimili, l’organizzazione degli Stati dell’America latina.

Nel caso dell’Europa, dietro il comportamento di Trump si scorge una duplice strategia: da un latosoffocare sul nascere e sabotare il più possibile ogni progresso nell’integrazione politica dell’Unione Europea; dall’altro lato lepolemiche feroci e ripetute contro Meloni, ma anche Macron e Merz, sono il segnale di una sua profonda preoccupazione: come offrire un capro espiatorio all’opinione pubblica americana per quanto riguarda lacocente sconfitta patita nella guerra contro l’Iran.

È di tutta evidenza come nel comportamento di Donald Trump si realizza un intreccio (non sempre occasionale) fra la convenienza personale e l’utilità politica immediata. Manca il calcolo delle conseguenze strategiche dei suoi comportamenti. Circostanza che rende estremamente complicata ogni reazione da parte degli alleati e degli avversari politici, quelli interni ed esterni. Nel caso dell’aumento delle spese per finanziare la difesa dell’alleanza atlantica,Trump ha posto la questione in termini decisamente perentori: la richiesta agli alleati di portare il loro contributo al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035 è stata formulata nei termini di un ordine di servizio , come quelli che vengono diffusi nelle caserme.

Non c’è stata nessuna trattativa sull’orizzonte strategico, sulla rimodulazione delle politiche di difesa dell’alleanza atlantica, ma la richiesta semplice di aumentare le spese dell’Europa per consentire all’America di risparmiare sul budget, compresa la presenza dei militari americani sul suolo europeo.La reazione degli alleati europei è stata di malcelata irritazione, ma infine di accettazione per quieto vivere, anche se di scarsa convinzione sulla effettiva possibilità di impiegare risorse così massicce senza distrarle da altre voci di bilancio nazionali.

Paesi d’Italia, uno spazio fiscale pressoché nullo hanno difficoltà a implementare un impegno assunto formalmente nel vertice nato del 2025. Non sono difficoltà di poco momento, se è vero che fra il ministro della difesaGuido Crosettoe quello dell’economiaGiancarlo Giorgettisi è aperto un confronto di merito sul reperimento delle risorse, anche se entrambi riconoscono necessario un incremento della spesa militare. Il vertice nato che si apre ad Ankaranon sarà risolutivo perché rimangono le perplessità i paesi come Italia, Belgio e Spagna costretti ad affrontare l’ostilità delle rispettive opinioni pubbliche su una voce di spesache viene vista come antagonista delle più utili spese sociali per la sanità o distruzioni.

Si tratta, in ogni caso, di ricalibrare attraverso un approccio più realistico dei gufi di bilancio sulla spesa militare e la sicurezza troppo a lungo trascurate. Se è più utile trovare le risorse nel bilancio pubblico oppure utilizzare i fondi messi a disposizione dal Safeuna questione aperta ma da affrontare e risolvere nel giro di poche settimane. Sarebbe utile in tutti i paesi europei che maggioranza e opposizione superassero i contrasti generati da un approccio demagogico alla questione della difesa a favore di un approccio più realistico, spiegando conestrema chiarezza alle opinioni pubbliche l’utilità di rafforzare la sicurezza dell’Europa di fronte alle minacce che provengono dalla Russia.

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