Umberto Eco avrebbe tratto spunto dai comportamenti per scrivere una “fenomenologia di Donald Trump”. Al netto degli aspetti psichiatrici sui quali è tornata la nipote del presidente americano in una intervista corrosiva sulCorriere della Seradi domenica 21 giugno, le ultime vicende che hanno in Trump il protagonista esclusivo hanno mostrato il baratro politico in cui si è cacciato collezionando una serie di sconfitte, in politica estera e in politica interna, che di fatto pregiudicano il voto di mid-term a novembre.
La guerra con l’Iran equivale per l’America a una sconfittaparagonabile a quella subita dall’Unione Sovietica in Afghanistan nel 1980. L’intesa trovata con il regime iraniano e di fatto una capitolazione degli Stati Uniti alle richieste della guida suprema Khamenei. Trump si è fatto trascinare nell’avventura iraniana dall’insistenza del premier israelianoBibi Netanyahu, per il momentounico vero beneficiario della vicenda bellica.
Trump ha di fatto messo nelle mani di NYT la chiave per aprire la porta a un accordo oppure riaccendere le ostilità con l’Iran. Le ripetute minacce del presidente americano diriprendere i bombardamenti non destano particolari allarme a Teheran. Gli ayatollah hanno imparato a conoscere e a non sopravvalutare l’umoralità del personaggio, al punto che hanno di nuovo chiuso lo Stretto di Hormuz rivendicandone la piena sovranità.
Dietro i ripetuti attacchi agli alleati europei, e in particolare a Giorgia Meloni, si può leggere il tentativo di Donald Trump dicercare un capro espiatorio ai gravi insuccessi in politica estera. Verso l’opinione pubblica americana che Trump rivolge la sua attenzione consapevole delle conseguenze che le cocenti sconfitte in politica estera potranno avere (e secondo i sondaggi stanno già avendo) sul voto di novembre quando Trump rischia di trovarsi senza +1 maggioranza in congresso e con una risicatissima maggioranza al Senato.
È questa prospettiva, anche per un presidente che non può ricandidarsi, a destare grandi preoccupazioni nel partito repubblicano. Le elezioni di mid-term segneranno di fatto l’avvio della campagna presidenziale del 2028. L’opinione pubblica americana ha voltato le spalle a Trump, anche in quelle aree urbane – è il caso di New York – che avevano premiato Trump nella corsa la presidenza. È un America esausta ma non rassegnata quella con cui dovranno fare i conti i candidati repubblicani.
Su un quadro solcato da profonde incertezze avrà un peso decisivo lacapacità dell’amministrazione americana ti spegnere o quantomeno circoscrivere gli incendi divampatiai quattro angoli del pianeta, ad opera di un presidente che si era presentato all’opinione pubblica con la promessa di mettere fine a tutte le guerre mentre nella realtà ha dato avvio a sette nuovi conflitti. Se Trump non ha i problemi di chi aspira a ricandidarsi, le cose sono messe diversamente per coloro – si pensi a Marco Rubio o a JD Vance – che aspirano alla successione e dovranno giustificare la condivisione più o meno convinta della stagione trumpiana.
Non meno importante per il partito repubblicano èristabilire un minimo di relazioni istituzionali con i governi europei. Sotto questo aspetto, si può ragionevolmente affermare che Marco Rubio è in una posizione decisamente migliore rispetto a Vance. Non che sia decisivo il sostegno di Merz o di chi guiderà la Francia o l’Italia, certo è che la strategia di sostenere i movimenti estremisti e antieuropeisti ha scavato un solco profondo fra l’establishment europeo e quello americano, e certe cose sono difficili da cancellare o rimuovere in poco tempo.
L’ultimo scontro con Giorgia Meloni ha mostrato un profilo inedito di Trump,vale a dire la disperazione di un leader incapace ad argomentare politicamente il diverbio con un alleatopreferendo giudicarlo sul piano della maggiore o minore fedeltà, termine che nelle vocabolario personale di Trump coincide con l’asservimento. Le opposizioni hanno accusato Giorgia Meloni di essere statasuccube della volontà di Trump, di averne assecondato ogni scelta scellerata, a partire dalla “legalità“ dell’arresto di maturo pensando di rendersi in questo modo un ponte fra gli Stati Uniti e l’Europa.
C’è del vero in questa critica, essa non tiene conto della difficoltà di Giorgia Meloni di riconoscersi fino in fondo nella linea politica della commissione e del consiglio europeo. Da qui la sua scelta di sostenere la politica di Trumpper costruire così un equidistanza rispetto ai vincoli troppo stretti dell’Unione Europea. La realtà si è poi incaricata di mostrare l’insostenibilità di questa posizione e oggiMeloni torna a rifugiarsi nell’orgoglio nazionalerivendicato durante la visita all’adunata degli alpini a Gemona. Si tratta con ogni evidenza di un primo tentativo di riequilibrio della strategia di politica estera che dovrà essere meglio definita nelle prossime settimane perché sarà un capitolo decisivo nella campagna elettorale nel 2027.
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