È accaduto. Sapevamo che doveva accadere, eppure ci ha sorpresi, proprio come succede quando scompare una persona cara il cui affetto era carburante per la nostra stessa vita. Da ieri è calato il sipario sul sogno dell’American way of life: rimarrà custodito per sempre nella memoria di noi più anziani. Donald Trump ha decretato la fine dell’alleanza con un’Europa per lui irriconoscibile, destinata a essere cancellata dalla storia delle civiltà per colpa delle sue debolezze, cioè dell’immigrazione incontrollata, dell’atteggiamento censorio verso la libertà di opinione e di pensiero, della sua attitudine neghittosa e indolente. La tristezza per giudizi tanto sommari si moltiplica e si ingigantisce all’idea che c’è molto di vero nella spietatezza di Trump.
L’Europa è “anche” fatta in quel modo, le nostre democrazie soffrono “anche” di questi limiti. In quel modo e in quei limiti stanno le nostre fragilità come pure la nostra grandezza, una forza attrattiva fatta di benessere, ricchezza, soccorevolezza per i più deboli e i senza patria che richiama genti da ogni angolo del pianeta. Non ci siamo accorti che accanto al tramonto del sogno americano sorgeva il sogno europeo, un orizzonte di speranza per milioni di persone che attraversano il Mediterraneo o le regioni dei Balcani o lo Stretto di Gibilterra per toccare le sponde dell’Europa. Si mettono in cammino per fuggire dalle guerre, sfuggire alla fame e alla carestia, ai soprusi e alle violenze delle dittature.
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Un flusso ininterrotto di umanità, spinta verso l’Europa dalle ragioni più diverse. Non tutte legittime o apprezzabili, è ovvio. Ci sono detriti pericolosi in un fiume sempre in piena. Anche un cieco riuscirebbe a vedere e trovare in quella massa dolente la presenza di manigoldi, terroristi, delinquenti. Si può immaginare di costruire un frangiflutti, regolare e arginare un arrembaggio senza sosta? Non solo si può, si deve. Per riuscire nel compito serve più Europa, meno egoismo nazionale, in una parola meno sovranismo a destra e meno becero populismo a sinistra. Non ci sono ricette nazionali valide, ce ne sono invece – validissime – europee. Siamo più precisi: potrebbero essercene europee. Non ci sono, al momento, e non ce ne saranno almeno finché la costruzione barocca delle istituzioni europee non sarà ridisegnata per acquisire velocità, dinamismo e tempestività nelle scelte e nelle decisioni.
Fino a quando le voci dell’ungherese Viktor Orbán o dello slovacco Robert Fico, veri e propri ambasciatori di Putin in seno al Consiglio d’Europa, avranno il potere di bloccare ogni decisione, l’Unione europea non potrà prendere decisioni vitali. Fino a quando Orbán è Fico dispongono del potere di veto, l’Ue sarà imbullonata a terra, paralizzata di fronte alla minaccia della Russia, impotente di fronte all’immigrazione. C’è del vero – lo ripeto – nelle critiche di Trump all’Europa. Anzi, sono talmente vere e da condividere per ogni sincero europeista che voglia affrettare il passo verso gli Stati Uniti d’Europa al punto che minimizzarle o eluderle porterebbe soltanto alla catastrofe.
Se a qualcuno sembra che l’unità politica dell’Europa sia una chimera o troppo lontana nel tempo vuol dire che non ha capito l’accelerazione improvvisa del tempo che viviamo. L’Unione europea è qui e ora che va realizzata. È il destino a cui non può sottrarsi chiunque ritenga di vitale importanza salvaguardare la nostra weltschauung, una viene del mondo e della vita che ci ha resi prosperi e felici. Ma che ora va difesa contro le troppe insidie che si levano da ogni angolo.
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