Un ego ipertrofico, il culto di sé e le ambizioni napoleoniche di ciascuno di essi, stanno desertificando quell’area politica e sociale a cui molti sondaggisti attribuiscono un potenziale elettorale del 10-15%. Cifre al momento virtuali, ma potrebbero diventare realtà se solo Calenda, Renzi, Della Vedova, Marattin si togliessero la feluca del Bonaparte. Parliamo di politici navigati – soprattutto Renzi e Della Vedova – e dovrebbero conoscere l’importanza di praticare quella virtù dell’umiltà in grazia della quale la Dc tracciò il destino dell’Italia per oltre quarant’anni.
Purtroppo, non conoscono l’umiltà e, non frequentandola neppure per sbaglio, continuano a progettare il futuro intorno alla loro persona convinti ciascuno di essi di possedere la pozione magica che dischiuderà le porte all’Italia di mezzo e lascerà nell’ombra estremismi e radicalismi. Proviamo a vederli più da vicino:
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- Calenda è stato ministro dello Sviluppo economico con Matteo Renzi presidente del Consiglio. Ha fatto bene, non che abbia lasciato tracce indelebili o segnato una pietra miliare, però si mosso con competenza e Industria 4.0 è stato un balsamo per il settore. Grazie ai crediti di imposta per gli investimenti in innovazione e tecnologia, così pure grazie alla legge Sabatini, con la previsione di vantaggi fiscali per le fabbriche di medie dimensioni che investissero in tecnologie, si può ragionevolmente dire che non abbia sfigurato come ministro.
Poi – un po’ come accade a Mario Monti – anche Calenda è stato tarantolato dalla politica. Si candidò sindaco di Roma e al termine della corsa si ritrovò con un gruzzolo del 20% di consensi. Niente male per un outsider. Da Roma all’Italia, pensò Carlo un po’ come Giulio Cesare nelle Gallie. L’appetito viene mangiando, senonché l’Italia minacciava di essere un boccone un po’ troppo grande per uno solo. Ricordiamo: Calenda era stato prima eletto europarlamentare nelle liste Pd, prima di prendere armi e bagagli per tentare l’avventura in solitaria.
Quando – e siamo nel 2022 – arrivano le elezioni politiche, coerente con la sua militanza nel centrosinistra, Calenda contatta Enrico Letta, concordano i posti in lista e si presentano, a favore di telecamere, per annunciare l’accordo. Neppure 48 ore dopo, Calenda – sempre lui e non il gemello – annuncia che, no, mai candidati con i Cinquestelle o con Fratoianni. Bum. Salta tutto l’ambaradam. A Renzi, come un appestato tenuto a distanza da Letta, memore del famoso “stai sereno”, non pare vero di incrociare la strada del suo ex ministro. Si mettono insieme e insieme registrano un quasi 8%. Non male per cominciare un percorso politico promettente. Se non fosse che vengono entrambi assaliti dal morso della tarantola: sì, ma chi comanda? La risposta implicita nella domanda stessa: ovviamente nessuno. Con due Napoleoni, egolatri, nessuno avrebbe potuto comandare sull’altro. E ognuno torno sotto la propria tenda.
- Renzi ovvero un highlander della politica. Rimbalza fra una crisi e l’altra. Ha fatto e disfatto governi con la stessa facilità con il swifer raccoglie la polvere. Ex enfsnt prodigedella politica, da presidente della provincia a sindaco di Firenze, da sindaco e segretario del Pd a presidente del Consiglio dopo aver messo “sereno” un Letta frastornato dalla rapidità dei colpi. E ha fatto molto, tante cose da palazzo Chigi: le Unioni civili, la buona scuola, Italia sicura, il jobs act, industria 4.0. Fino a osare una riforma della Costituzione sulla quale ebbe l’ardire di mettere in gioco il suo destino politico. Errore da matita blu: la fase napoleonica lo ha inghiottito. Bocciata la riforma, bocciato il governo.
E giù indagini e processi, per lui, la famiglia, per Maria Elena Boschi e la famiglia. Tutti corrotti, tutti concussi, tutti ladri. Macché, tutti assolti e assolti con formula piena. I magistrati si sono rassegnati: Matteo è come l’Ercolino sempre in piedi della nostra infanzia. Ecco Italia Viva. Ecco Salvini che sbatte il muso perché Renzi con un sorpasso in curva gli blocca i pieni poteri, introna a palazzo Chigi uno spaesato Giuseppe Conte e si rimangia gli anatemi contro i Cinquestelle. Avanti Conte, no, stop a Conte, sotto Mario Draghi. Una girandola, un fuoco d’artificio a cui i parlamentari assistono sbigottiti e ammirati da tanta creatività. Il tutto avviene con appena un pugno di parlamentari.
L’uomo possiede qualità diventate rare in politica: intuito, rapidità di decisione, visione e previsione delle situazioni. È un Globe-trotter, gira il mondo fa il conferenziere e riceve laute ricompense. Meloni, diventata bersaglio preferito delle sue agudezas parlamentari, si vendica con una legge ad hoc che restringe l’attività di conferenziere per i parlamentari. A Renzi scivola addosso. Farà conferenze gratis (dice lui).
- Della Vedova: è un Renzi in formato (molto) ridotto. Radicale, nazionale e transnazionale, PdL con Silvio Berlusconi, poi di nuovo radicale prima di approdare in +Europa. Nell’estate del 2022 non seguì gli avventurieri Renzi e Calenda preferendo rimanere al calduccio dei posti sicuri del Pd lettiano. Oratore brillante, acrobata della dialettica e uomo-simbolo di + Europa, posizione sempre più insidiata dal giovane e bravo Riccardo Magi.
- Marattin, al secolo Luigi Marattin porta un nome degno di un attaccante del Vicenza dei tempi d’oro. Marattin, Hamrin, Sormani. Invece è un gioiellino uscito dalla nidiata di Renzi. Sì emesso in proprio con il partito I liberaldemocratici. Non un nome fatto per eccitare la fantasia degli elettori. Ha una notevole competenza sulle materie finanziarie e la liberaldemocrazia ce l’ha nel sangue, anche se in formato molto scolastico.
Conclusioni: quattro generali con tutte le decorazioni al merito possibili e immaginabili pestano l’acqua nello stesso mortaio. Si rivolgono allo stesso elettorato con le stesse proposte di politica economica, estera, sociale. Ma ognuno dice che la sua più efficace di tutte le altre. Con personaggi simili può esserci spazio per una grande forza riformista e liberale capace di disarticolare i due schieramenti e ridurre l’eccesso di polarizzazione nella politica? Suggerisco al lettore di lasciare la domanda sospesa in aria. Una risposta immediata ci farebbe precipitare nel dramma. E forse nella farsa.
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