Il chiarimento c’è stato. Non con la rapidità che poteva augurarsi Sergio Mattarella, ma Giorgia Meloni ha telefonato al Quirinale la mattina del 19 novembre e alle 13 si è materializzata nello studio del presidente della Repubblica. Venti minuti di colloquio per confermare che nulla cambia nei rapporti di leale collaborazione istituzionale dopo le improvvide parole con cui il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, aveva avvalorato le indiscrezioni del quotidiano La Verità su un possibile complotto dell’entourage di Mattarella per arginare Meloni alle prossime politiche.
Poi, tornata a palazzo Chigi, Meloni non ha resistito alla tentazione di una nota ufficiosa – filtrata sulle agenzie con la formula di rito “secondo quanto si apprende” – per confermare quanto “politicamente inopportune” siano state le parole del consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani. Quella nota è stata la goccia traboccata dal bicchiere. Va bene la leale collaborazione istituzionale, ma quelle parole di Garofani sono state scritte nel registro delle cose notevoli e indimenticabili.
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La successiva nota della serata, a firma dei due capigruppo alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, ha messo il sigillo sulla querelle. Chiusa, definitivamente. Sul piano istituzionale. La vicenda può ritenersi davvero conclusa, ma nelle ore della sua durata essa ha sensibilmente mutato il contesto, il “quadro” come si dice in questi casi, al cui interno si svolge la collaborazione istituzionale.
C’è una scia di diffidenza destinata a trascinarsi per non si sa quanto. Forse per sempre. Meloni ha davvero varcato il Rubicone, come immagina Renzi, decisa a espugnare il Quirinale nel 2029, oppure ha indebolito la sponda quirinalizia, quella per lei più affidabile nelle relazioni internazionali e, in particolare, nel definire la linea dell’Italia sul sostegno a Kyiv?
Vediamo i possibili esiti delle due opzioni. Se davvero è l’elezione al Quirinale per succedere a Mattarella, così da stabilire un nuovo primato (la prima donna, la prima di destra a salire sul Colle) allora si deve ritenere chiuso il capitolo del premierato. Le due cose, insieme, non stanno. Se davvero vuole il premierato, e dunque puntare ragionevolmente a essere eletta direttamente dal popolo, che senso ha coltivare ambizioni quirinalizie dopo che quell’ufficio è stato impoverito di funzioni e ridotto a un ruolo davvero notarile?
La seconda opzione si sposa con il principio della realtà. La sponda, anzi, la copertura di Mattarella in politica estera esce in qualche misura indebolita. Non sul piano dell’autorevolezza personale (quella è di Mattarella e nessuno può comprimerla o ridimensionarla) ma sul piano istituzionale c’è un’evidente ammaccatura.
Meloni è in qualche modo meno padrona della sua maggioranza al cui interno dovrà riconoscere più spazio alle tesi filo-putiniane di Salvini, con l’ovvio imbarazzo di Antonio Tajani. Che cosa significa e quali riflessi potrà avere sul piano europeo è presto per dirlo. Il punto su cui dovranno tutti riflettere in maggioranza è tutto qui: a chi giova leggere ogni futuro atto o gesto di Mattarella e leggerlo in controluce sulla vicenda Garofani, sospettando cioè una dissociazione fra le parole del presidente e le sue intenzioni?
La risposta è fin troppo ovvia: sicuramente non giova a Meloni. Lasciarsi sfiorare dal dubbio nel rapporto con Mattarella significa per Meloni consegnarsi agli umori putiniani di Salvini, e di Conte che gli fa da sponda. È vero, come hanno rilevato molti osservatori, che qualcosa è cambiato nell’atteggiamento dell’Italia verso l’Ucraina. A livello di percezione, certamente, ma anche sul piano strettamente materiale e organizzativo. Basta pensare in quali capitali europee ha fatto tappa l’ultimo tour di Volodymyr Zelenski: Atene, Parigi, Madrid.
In un precedente tour, il premier ucraino aveva fatto tappa a Berlino, ancora Parigi, e Londra. Non si tratta di visite di cortesia. Ad Atene, Zelenski ha ricevuto dal premier greco, il conservatore Kyriakos Mītsotakīs, l’associazione di forniture energetiche per affrontare il prossimo inverno. Da Parigi, Emanuel Macron ha assicurato la fornitura di 100 aerei da combattimento Rafale oltre a batterie di missili. Dal socialista spagnolo Pedro Sanchez ha ottenuto la fornitura di 40 missili Atacms, acquistati dagli Stati Uniti, per colpire in profondità nel territorio russo le strutture militari.
Mai una tappa Roma nel tour europeo di Zelenski. Non è difficile cogliere il significato di questa assenza. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, la settimana scorsa doveva recarsi a Washington per definire l’acquisto di nuove forniture militari per l’Ucraina. Ha annullato il viaggio all’ultimo momento per recarsi – è stata la spiegazione – al vertice E5 (Parigi, Londra, Berlino, Varsavia e Roma).
Sono tante tessere che disegnano un mosaico nuovo che sta prendendo forma poco alla volta e che vede il governo Meloni in una posizione sempre più defilata rispetto alla difesa di Kyiv: sempre forte sul piano politico, ma in via di graduale attenuazione sul piano militare. Se per contenere le intemerate filo-putiniani di Salvini o per convincimento proprio di Meloni non è dato sapere. Quello che è visibile è questo, ciò che non si vede rientra nel campo delle congetture. In questo caso, però, lascerei spazio ai retroscenisti. A noi basta spiegare il visibile.
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