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Tanti per Schlein, Schlein per pochi

I riformisti di Guerini e Delrio a Prato, a Montepulciano si celebra l’incoronazione di Schlein candidata premier, anche senza il sì di Conte. Si fa dura la vita nel Pd, un partito che soffoca di abbracci il segretario di turno prima di immolarlo al cambio di stagione. Schlein scommette su una sorte diversa

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Destinazione Montepulciano. Per Prato, si cambia. Il Pd ha celebrato un week end all’insegna di abbracci e qualche inganno. Elly Schlein è salita fino al paesone vicino Siena per prendersi la corona di candidata premier impostagli da Franceschini, Speranza e Orlando. Il Pd è la prima forza di opposizione e per essere chiari con quell’ingrato di Giuseppe Conte ha tagliato corto: a noi la candidata premier, il resto è sulle ginocchia di Giove.

È il canovaccio sviluppato nei tre giorni di assemblea che ha visto la nascita del “correntone”, cioè un’area di maggioranza intorno all’80% che riunisce l’area Dem di Franceschini, quella di Speranza in cui confluivano i fuoriusciti di Articolo 1 e la componente di Andrea Orlando. Queste aree non si sono sciolte formalmente hanno però rinnovato pieno e leale sostegno alla segretaria e agli organi statutari. Con i distinguo messi sullo sfondo, il Pd prova a darsi uno scossone per riprendere le fila del confronto con il M5S senza più le timidezze (la sudditanza, secondo i riformisti) del recente passato.

Elly Schlein ha di che essere soddisfatta. A condizione di non scambiare per un nuovo inizio quella che appare essere più una tregua che una ricomposizione definitiva. Può contare su un partito oggi meno lacerato al suo interno dal rapporto con gli alleati. Il Pd sembra avvertire per la prima volta, e con l’urgenza mancata in precedenti passaggi politici, l’importanza di ricucire il tessuto al proprio interno se vuole davvero essere il perno dell’opposizione. Tutto sta a vedere in che modo una ritrovata unità interna saprà proiettarsi sull’alleanza. Di sicuro, per esempio, non metterà fine alla disputa sulle modalità di scelta del candidato premier.

Troppo interessato a questa partita, Giuseppe Conte darà filo da torcere prima di considerarla persa. Se ne è avuta una chiara avvisaglia la settimana scorsa, quando il leader pentastellato ha rimproverato senza troppi giri di parole Elly Schlein per non aver accettato l’invito di Atreju. In quel caso, Conte non ha esitato a dar ragione a Giorgia Meloni pur di mettere Meloni in off side. Lo ha ben capito Andrea Orlando, che dalla tribuna di Montepulciano ha trovato parole dure nei confronti di Conte.

Il richiamo a un partito aperto, “plurale”, non ridotto a una caserma dove prendere ordini ed eseguirli, è stata la mano tesa da Schlein ai riformisti, autoconfinati a Prato, ma anche a quelle componenti interne, come Franceschini, senza il cui sostegno non esisterebbe più la segreteria Pd.

È possibile che nei calcoli delle correnti si sia fatta strada la consapevolezza che il tempo delle dispute è finito e gli equilibri interni è bene lasciarli immutati in vista di una sfida elettorale che potrebbe essere più vicina delle previsioni. La questione su cui il Pd è pronto alle barricate è la legge elettorale. Dopo mesi spesi a sostenere la necessità del proporzionale, il voto regionale ha fatto mutare rapidamente il punto di vista: meglio tenersi l’attuale sistema, perché sui collegi uninominali la sinistra ha mostrato di avere numeri migliori. Poi, metter mano alla legge elettorale significa ridare fiato alla legge sul premierato su cui Meloni vuole giocare la partita fino al fischio finale.

Ci aspettano settimane di fibrillazioni crescenti nelle relazioni interne agli schieramenti, e neppure aiuta la campagna referendaria sulla riforma della giustizia. La sinistra è ancora indecisa, a parte i vari comitati per il No sorti un po’ ovunque, sul tono più adeguato da scegliere per bloccare la riforma. Andare allo scontro frontale e mettere nel mirino la tenuta del governo appare al momento un’arma a doppio taglio.

In caso di sconfitta sulla giustizia, dopo quella già incassata per assecondare Landini sui referendum sul lavoro, la sinistra rischia di dover ricominciare daccapo per ricucire nuovi strappi eventualmente prodotti dalla sconfitta. Non conviene a Schlein e neppure conviene a Giorgia Meloni, chiamata ad affrontare le difficoltà di un ciclo economico in forte rallentamento per superare il quale non bastano più le promozioni delle agenzie di rating.

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