Via Bellerio, sguardo a terra, camicia sudata, una mano sul fianco l’altra a reggere il muro. E’Matteo Salvinipaparazzato in un mercoledì di questo sfacciato inizio d’estate. Ma l’affaticamento non è per l’insopportabile afa, è per iltentativo di raffreddare i bollori della Legasventolando un foglio di carta. Il leader del Carroccio sa che le sue intuizioni non mentono: dagli striscioni contro di lui, agli sgambetti di camicie verdi dall’interno, teme l’imboscata.
Allora la decisione del segretario di far slittare a data da destinarsi quelritiro del 4 e 5 luglio a Treviso. Dallo staff del vicepremier si parla di una scelta presa per “motivi logistici“, e sicamuffano dunque ragioni politiche. “Ci sono troppi dossier sul tavolo in questa fase“, dalla politica estera a quella interna, con il varo dello “storico” piano casa glissato dalla Camera. E proprio guardando in casa, solo tre giorni fa è stato apparecchiato il tavolo con i Territori, che appare alquanto instabile, e su cui ogni parola in più potrebbe costare scottature. Quindi, meglio attendere e lasciar vivere i lavori in corso.
Ma in molti tra i fedelissimi di Salvini avevano captato dagli avversari interni alla Lega il voler sfruttare il raduno per fare il processo al segretario. Quindi, da una due giorni di “team building” a un confronto unilaterale con militanti schierati con striscioni e cori contro il leader, invocando ilpassaggio d’eredità nelle mani di Luca Zaiache, come avvertito da Matone, vuole “fottere” il Capitan Fracasso. In un rigo: meglio rimandare il campeggio nel Trevigiano.
Intanto, a donare un’immagine che sintetizza più di mille parole lo stato dell’arte, èGiancarlo Giorgetti. Pensando alla sua casa politica, dal palco della festa diLa Verità, il titolare dell’Economia distilla una considerazione che sigilla il periodo congestionato del Carroccio: “La Lega non è un partito.E’ un movimento politico effervescente, solidamente radicato sul territorio. Siccome ha radici solide, è dura. Sono quelle piante che vedono situazioni di maltempo, vento, però alla fine ricrescono sempre. Quindi, come sempre,troveremo la via giusta per tornare a tenere alta la nostra battaglia“.
Ebbene, una metafora efficace che racchiude dalla storia del partito, alle inchieste e i tracolli elettorali subiti, alla ripartenza salviniana fino al record del 34%. E considerando la provenienza di Giorgetti, è facile comprendere che a dover riavere vento in poppa è quelNord produttivo,fiscale e amministrativoche però non è neanche più lo stesso Nord dei tempi delSenatùr.
Ormai però non basta lo stucco per sanare la crepa che si sta allargando fino alla frattura. Perché dopo la prima seduta sui territori, che ha lasciato dubbi nella delegazione del Nord, si apre l’urticante dossier suldirettivo regionale lombardo. Ilcasus bellirisale ad una “movimentata” riunione che ha visto da un lato la partecipazione del segretario regionaleMassimiliano Romeoe del governatoreAttilio Fontana, fronda nordista convinta che un cambio di passo nel partito sia essenziale. Dall’altra, quella di alcuni fedelissimi in quota Salvini come Fabrizio Cecchetti, Davide Bergamini e Luca Toccalini.
Poi, è arrivata quella richiesta da parte di12 parlamentari lombardi su 14 recapitata a Romeoper essere convocati alle sedute del direttivo regionale. Ed è statocolpo al cuore per Salviniche, finito in ginocchio da dramma shakespeariano, immagina subito untentativo di commissariamento da parte dell’ala salviniana alla sua segreteria. Romeo allora invoca lalegittimità statuaria, ricordando come i parlamentari non abbiano titolo a partecipare automaticamente ai lavori del direttivo e che lo statuto individua in modo chirurgico chi ne fa parte. Della serie “Fermiamo qualsiasi ambizione” che possa aggravare gli squilibri interni alla Lega.
Ma quando è finita l’era di quel selvaggio Salvini, spregiudicato e senza limiti? Si è conclusa quandola sua versione del Carroccio è diventata la sua stessa prigione. Tensioni interne, protagonismo di Zaia e concorrenza di Vannacci palesano la fine dellaLega nazionale, così passata da essere progetto a equivoco.
E il fallimento si incarna nell’averportato la Lega troppo lontana da se stessa in una Roma padana. Perché sotto lo spadone di Alberto da Giussano non c’è mai stata destra e non c’è mai stata sinistra, ma centro e periferia, burocrazia e impresa, Stato e territori. Ed ora la via d’uscita seppur a collo di bottiglia è tornare a rappresentare i luoghi prima delle identità enon tornare alla Lega Nord. La minestra riscaldata non è mai buona,tanto vale un gin tonic a Papeete.
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