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Settimana corta e rivoluzione Pd: Schlein scatenata, usque tandem?

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A Elly Schlein la fantasia non manca, essendo erede dichiarata della fantasia al potere di sessantottina memoria. Per cui una ne fa e una ne pensa. L’ultima in ordine di tempo è la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, che porterebbe addirittura con sé un aumento di produttività. “È una misura che alcuni benefici importanti” – ha detto. Qualche esempio? La riappropriazione del “prezioso tempo delle persone, la riduzione delle emissioni il riequilibrio di genere nel mondo del lavoro“. Ma lavorare solo quattro giorni a settimana a parità di salario avrebbe un costo o no? Certo che lo avrebbe. E chi lo pagherebbe: le aziende costrette più prima che dopo a chiudere i battenti o la mano pubblica, cioè noi, attraverso un consistente aumento delle tasse? Questo è un problema che Schlein non ha neppure sfiorato: i conti delle imprese e quelli dello Stato in effetti non sono affari suoi. Qui siamo però nel campo della propaganda spicciola fine a sé stessa, visto che con lei alla guida il Pd non tornerà mai al governo.
Mentre la rivoluzione che la segretaria ha in mente per il Pd sembra destinata a realizzarsi davvero, e scuoterà il partito dalle fondamenta, perché si va verso un partito-movimento a metà tra l’assemblearismo studentesco e le consultazioni on line modello grillino in cui gli iscritti dovrebbero scegliere candidati e programmi.

L’obiettivo sarebbe quello di “aprire il partito” al popolo dei gazebo che ha permesso alla nuova segretaria di vincere il congresso, e la svolta passerà per una “conferenza nazionale sull’organizzazione” – che sa tanto di muffa politica – da cui dovrebbe scaturire la nuova forma-partito che porterà all’ennesima potenza il mantra originario del Pd, ossia “primarie, primarie, primarie”. Questo nel tentativo di evitare che la scelta dei vertici, nei territori, sia solo “un gioco di correnti, somme di pacchetti di tessere puntati sui nomi decisi dai capibastone”. Una battaglia che sembra persa in partenza, visto che le stesse primarie che segnarono la nascita del Pd si ridussero a una conta per stabilire i rapporti di forza fra le nomenklature di Pds e Margherita.
Le primarie come metodo di selezione della classe dirigente, dunque, hanno segnato un’intera stagione politica all’insegna della partecipazione dal basso, ma sono state anche il simbolo della decadenza della forma partito novecentesca e, più in generale, della credibilità della classe politica.

Questa continua ricerca di rinnovamento, frenata dal correntismo esasperato, ha generato un caos molto poco calmo in cui si mischiano primarie e congresso finendo, come si è appena visto, per far contare più i votanti esterni degli iscritti al partito, e col prossimo mix primarie-blog il caos è destinato a crescere ancora, perché un’iniezione così robusta di movimentismo rischia di snaturare ulteriormente un Pd che ha perso ormai da tempo identità e bussola. La speranza che la virata a sinistra di Schlein potesse progressivamente svuotare il M5S è già ampiamente svanita, e se il nuovo statuto innesterà anche i germi del grillismo nel corpo politico del partito il rischio sarà davvero quello della deriva finale. L’ipotesi di mutuare i metodi del blog grillino (e delle votazioni farsa sulla piattaforma Rousseau) non può infatti che aumentare la confusione, oltre che abbassare la qualità di una proposta politica che diventerebbe di matrice meramente assembleare. Schlein ha certo la legittimità e il mandato – non però l’autorevolezza -, per fare i suoi esperimenti sessantottini, ma solo finché il partito glielo consentirà. Usque tandem?

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