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Da giornalisti a correttori di bozze: perché l’IA sta trasformando il mestiere in un operaio del clic

Dalla firma al prompt, dalla cronaca alla revisione: la rivolta delle redazioni contro l'algoritmo che allucina la realtà e uccide la dignità del lavoro intellettuale

7 Min di lettura

Sciopero giornalisti contro una rivoluzione silenziosa, di quelle che non si avvertono immediatamente, ma che entrano a far parte delle nostre vite senza quasi che ce se ne accorga. L’avanzata di modelli linguistici di ultima generazione sta contaminando profondamente anche il mondo dell’informazione. Si tratta di un contagio che porta ad un bivio storico:non è più una questione di cosa succederà se l’IA entrerà nelle redazioni, ma è una questione di come gestire la sua presenza. L’IA è inavvertibile, ma ingombrante comeun elefante in una cristalleria, o meglio,come un elefante in redazione.

In questo contesto, possiamo calare ilcomunicato sindacale della Fnsi dove si informa dello sciopero nazionale dei giornalisti del prossimo 27 marzo. Non è una protesta corporativa, ma il primo vero vagito di resistenza di una classe intellettuale che rifiuta di trasformarsi in una di montaggio. Una classe paradirigenziale, quella giornalistica, che deve mettere il proprio pensiero critico a disposizione di pigre revisioni di bozze, di ripetitivi algoritmi che si vogliono prendere anima e penna.

Sciopero giornalisti: l’illusione della velocità e la realtà della schiavitù digitale

Oltre alla penna e al pensiero, la rivoluzione silenziosa si prende anche il tempo, diventato un lusso, a dispetto di qualità e professionalità.Il mito che l’IA avrebbeliberato tempoper l’inchiesta e il pensiero profondo si sta sgretolando sotto il peso della realtà redazionale. Quello che gli editori chiamano efficientamento si è rivelato essere, per molti colleghi, un incubo procedurale. Se prima un giornalista impiegava due ore a scrivere un pezzo di analisi partendo da fonti verificate, oggi si ritrova a dovernerevisionaredieci, prodotti in pochi minuti da un software.

E così il giornalista, da autore e professionista dell’informazione, si trova a spendere più energie per verificare ossessivamente i risultati dell’algoritmo che per costruire una propria narrazione.Siamo davanti ad un paradosso: lavoriamo di più per pulire i cocci di una produzione automatizzata che per elaborare un prodotto figlio della nostra anima.

Sciopero contro la morte della dignità di giornaliste e giornalisti

Come in Victor Hugo “la stampa imprimerà la morte sulla pietra, la Bibbia sulla chiesa e l’uomo sopra dio“, l’IA imprimerà la morte dell’intenzionalità, i software generativi sulla dignità e l’intelligenza artificiale sopra il pensiero critico.Il passaggio da giornalista-autore a giornalista-revisore è una dequalificazione brutale.

Il revisore di bozze IA non sceglie l’aggettivo per sfumatura semantica, ma per necessità di correzione. Non decide l’attacco dell’articolo in base all’emozione della piazza, madeve aggiustareun testo freddo e standardizzato per renderlo minimamente coinvolgente e comprensibile. Questa non è evoluzione tecnologica, ma l’estinzione del pensiero critico applicata alla professione che, per definizione, dovrebbe esserne il fondamento.

Ed è proprio qui che le motivazioni dello sciopero indetto dalla Fnsi e dalle testate indipendenti toccano un punto nevralgico: laHuman Oversight(sorveglianza umana)prevista dall’AI Act europeo. La legge parla chiaro: l’uomo deve supervisionare. Ma gli editori stanno interpretando questa norma come una licenza di sfruttamento.Siamo di fronte a una nuova forma di caporalato digitale. Le macchine mangiano il lavoro dei profili junior, riducendo gli spazi del loro pensiero, spremendo le menti solo in nome della velocità e lasciando ai senior il compito di fare da garanti umani a contenuti di cui non condividono né lo stile né la genesi.

Giornaliste e giornalisti: dal furto perfetto al riprendersi la penna e quindi la libertà di espressione

Centrale è anche il tema del diritto d’autore. Le IA che oggi minacciano i posti di lavoro nelle redazioni sono state addestrate saccheggiando decenni di archivi storici, inchieste e reportage scritti da esseri umani.Questo è il furto perfetto: usano il tuo sudore per costruire la macchina che ti sostituirà, e poi ti chiedono di correggere i suoi errori gratuitamente. Lo sciopero del 27 marzo rivendica il diritto dei giornalisti ad essere remunerati per l’addestramento di queste macchine e l’obbligo di trasparenza verso il lettore. Il pubblico dei lettori ha il diritto di sapere se quello che sta leggendo è opera dell’IA o di un creatore umano. Ha il diritto di sapere se quanto sta leggendo è di chi ha consumato la suola delle scarpe o il risultato di un calcolo probabilistico di un server in California o a Spinazzola,ripulitoalla meglio da un redattore sottopagato.

Bisogno dirlo con fermezza che l’IA risponde bene alla domandaCosa è successo?, ma fallisce miseramente sulla domandaPerché è successo?.Un algoritmo può riassumere in un comunicato stampa quanto detto, ma non può certo trasferire i significati che si nascondono dietro al linguaggio non verbale. Se accettiamo di diventare revisori di bozze dell’IA, accettiamo di abdicare al nostro ruolo di testimoni. Una democrazia senza giornalismo d’autore è una democrazia che non sa più farsi domande.

Quella del 27 marzo non è una posizione contro il progresso, ma contro l’uso del progresso come arma per abbattere il costo del lavoro e la qualità dell’informazione.L’Intelligenza artificiale dovrebbe essere un archivio pubblico e aperto, un traduttore istantaneo o un supporto per l’analisi dei dati.Non deve e non può essere l’autore.Il giornalista deve tornare ad essere quello delvado, vedo, scrivo, altrimenti si rassegnerà a fare il manutentore di una macchina collocata in un non-luogo. Così non avrà solo perso il lavoro ma anche la sua funzione sociale. Lo sciopero è un ulteriore avviso: dietro ogni notizia deve esserci una faccia, un nome e, soprattutto, una responsabilità. L’algoritmo non firma, non risponde in tribunale e non ha coscienza.Noi sì.

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