Imbarazzante il livello di ingenuità di Elly Schlein. Invitata alla Festa di Atreju, dove ha sempre rifiutato di metter piede negli anni scorsi, ha accettato quest’anno ponendo una condizione: un faccia a faccia con Giorgia Meloni. Più che una condizione, è apparsa subito per quello che è, cioè una furbata talmente scoperta da essere agevolmente infilata in contropiede da Meloni. La quale non ha esitato a replicare che il faccia a faccia era possibile, ma con la presenza di Giuseppe Conte non essendo né lei né lui il candidato premier a palazzo Chigi.
Ovvie e scontate le repliche dal Pd, con l’accusa alla presidente del Consiglio di fuggire dal confronto. La verità è che Schlein è riuscita con una sola nota di agenzia a esporsi al fuoco della destra e a irritare il suo alleato. Meloni ha sparso sale sulla ferita sempre aperta della sinistra: l’assenza di un candidato riconosciuto dai soci dell’alleanza. E Conte, di rimessa, ci ha messo del suo ricordando che lui ha accettato di essere presente ad Atreju senza mai mettere condizioni.
Leggi Anche
A Schlein basta aprir bocca per combinare disastri politici. Come può un’aspirante candidata a palazzo Chigi cercare l’investitura della sua avversaria senza averla ancora ottenuta dal suo alleato? È in questo tatticismo esasperato che la leader Pd brucia ogni volta mesi di lavoro, di generosità ai limiti dell’autolesionismo (ha ceduto Sardegna e Campania al M5S e deve sopportare Conte che ancora fa il vago sull’alleanza). Meloni si è incuneata agevolmente nelle contraddizioni della sinistra, nella resistenza di Conte a riconoscere il primato del Pd e di Schlein mentre sempre più probabile appare la strada delle primarie di coalizione, un percorso insidioso più per Schlein che per Conte.
Tra oggi domani si celebrano, da Montepulciano e Prato, le assemblee dei riformisti da un lato e, dall‘altro, delle componenti che sostengono Schlein. In entrambe le circostanze si cerca di misurare il significato del voto regionale che ha sancito, fra settembre e domenica 23 novembre, il pareggio fra i due schieramenti. Schlein ha alzato i vessilli della vittoria, al pari di Salvini in Veneto. A guardare più da vicino i risultati nelle tre Regioni (Campania, Puglia e Vento) i vincitori sono De Luca, De Caro e Zaia. Cioè quei “cacicchi” contro i quali Schlein si era candidata e aveva vinto la corsa alla segreteria hanno portato un bottino elettorale senza il quale la vittoria elettorale sarebbe stata molto più risicata.
La segretaria Pd sta consumando tempo ed energie in tatticismi sempre più contorti mentre la strategia “testardamente unitaria” segna il passo, prova come è di alternative. Schlein ha bruciato tutti i vascelli alle spalle, si è lanciata nella rincorsa del M5S riuscendo – le va riconosciuto – di averne intaccato il perimetro elettorale. In cambio, va detto, di una progressiva perdita di identità del Pd. Un partito che vende parte della sua anima all’alleato, forse potrà essere più forte elettoralmente, ma esce indebolito quanto a credibilità e autorevolezza.
Sarà da vedere, da qui ai prossimi mesi, come evolveranno i rapporti a sinistra. A cominciare del referendum sulla giustizia, un passaggio nient’affatto semplice per il Pd. Sono molti i suoi esponenti (da ultimo Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale) che si sono pronunciati per il Sì. “E siamo davvero tanti quelli favorevoli alla separazione delle carriere e ai due Csm da estrarre a sorte”, ha avvertito Barbera qualche giorno fa.
Nel suo rapporto con Conte, e nella campagna referendaria che li vedrà insieme, Schlein saprà tenere conto, e in che misura, di quell’area non piccola del suo partito favorevole al Sì? Oppure cederà alle ragioni e alla radicalità del M5S, lasciando senza riferimenti i riformisti del Pd? È un bivio non facile da attraversare per lei e il partito. Con questi chiari di luna, meglio avrebbe fatto a evitare la sfida a Meloni per vedersela tornare indietro come un boomerang.
© Riproduzione riservata


