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Schlein e Conte al risiko del referendum: molto da perdere (per il Pd) e molto da vincere (per il M5S)

Si vota il 22 e 23 marzo. Una campagna referendaria breve ma finora dai toni bassi. Nessuno ha interesse ad accenderla. Meloni dissocia il governo dall’esito del voto, Schlein è in campo ma ha evitato di incendiare il dibattito per non finire nella rete di Conte. Perché il leader pentastellato comunque vadano le cose rischia meno dell’alleata concorrente

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Due mesi e una settimana di campagna referendaria non sono un tempo lungo. Possono esserlo qualora gli schieramenti sulla riforma della giustizia sceglieranno di alzare i toni e darsi battaglia all’arma bianca. In quel caso, si sa come si entra ma non come si esce dalla battaglia una volta arrivata la sentenza degli elettori. Meloni ha fatto tesoro del loop in cui finì Matteo Renzi e ha tempestivamente separato il destino del governo dall’esito referendario. Una scelta prudente che si spiega non tanto con l’incertezza (i sondaggi accreditano tutti la vittoria del Sì, con numeri più o meno importanti) quanto piuttosto con la volontà di tenere il governo al riparo dalle polemiche che si annunciano sul dopo voto e nel momento di applicazione della riforma.

Nel calcolo dei rischi va detto che quelli maggiori sono tutti a carico delle forze politiche schierate per il No. Sia chiaro, una vittoria di stretta misura di uno dei due fronti non avrebbe conseguenze laceranti. Problemi sicuramente maggiori si avrebbero nel caso di una vittoria larga del Sì. In tal caso il Pd verrebbe a trovarsi schiacciato nella posizione radicale in cui Giuseppe Conte ha costretto gli oppositori della riforma. Sarebbe oltremodo difficile per Elly Schlein ricucire un dialogo con le componenti riformiste non solo interne al suo partito. Il Pd deve intanto fare i conti con poche ma significative smagliature politiche.

Domenica scorsa a Firenze l’associazione Libertà Eguale, cioè la componente liberale e riformista del Pd, ha inaugurato la campagna per il Sì. Sarebbe sbagliato valutare l’iniziativa dal lato del consenso, non meno sbagliato sarebbe sottovalutarne l’impatto politico negli equilibri a sinistra. Personalità autorevoli come Augusto Barbera, ex presidente della Consulta, Cesare Salvi, ex ministro Pd, Stefano Ceccanti, Carlo Fusaro, Enzo Bianco hanno scelto di ricordare all’elettorato che il referendum libera gli elettori da ogni vincolo di partito e dunque si vota sul merito della riforma.

Optando per il Sì, Libertà Eguale vuole tenere viva la tradizione riformista nella sinistra, una tradizione che in altre stagioni si era già espressa a favore della separazione delle carriere. Non tutto il contenuto della riforma viene condiviso, ha spiegato Ceccanti, ma ciò non toglie che nel merito essa coincide con le posizioni a suo tempo difese dai Ds nella Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema.

Il Pd dovrebbe apprezzare iniziative come quella fiorentina i cui promotori hanno ribadito assoluta lealtà politica allo schieramento di sinistra. Sono loro in qualche modo a salvare quel che rimane dell’anima riformista del partito. E sarà anche loro il merito se il centrodestra non potrà intestarsi in via esclusiva la vittoria del Sì. Forze minoritarie come Italia Viva, Azione, +Europa, associazioni politiche come Libertà Eguale non fanno grandi numeri ovviamente, ma la loro indicazione a favore del Sì riequilibra in qualche misura lo scontro referendario e lo porta fuori dagli schieramenti che si vorrebbero precostituiti. Hanno il merito di sottrarre la battaglia referendaria alla logica bipolare in cui hanno invece interesse a tenerla Meloni, Schlein e Conte.

Nel risiko del referendum è il Pd che viene a trovarsi più esposto di altri sul piano. Nelle prime battute di una campagna destinata ad accendersi, Schlein aveva commesso l’errore di associare la vittoria del No alla spallata al governo. Per fare che cosa non è ben chiaro. Via via che i sondaggi hanno registrato una prevalenza piuttosto netta del Sì, Pd e M5S hanno dovuto aggiustare la mira e puntare a una campagna di spiegazione sul merito della riforma. Il che significa portarsi in qualche modo oltre la logica binaria del referendum per parlare a una platea più vasta, non più solo alla sinistra radicale. E smorzare i toni, evitando il solito allarme per la democrazia minacciata dalla destra.

Sono cambiamenti simili che alla fine determinano il clima in cui gli italiani andranno alle urne. Discorso diverso si farà nel caso di una vittoria larga di uno dei due fronti. Nel caso in cui a prevalere sarà il Sì con un grande margine, è il Pd che verrebbe a trovarsi in sofferenza, schiacciato nella ridotta estremista voluta da Conte e lo stesso Conte potrà avanzare più di una pretesa sulla candidatura a palazzo Chigi. Non è un paradosso affermare che a Elly Schlein conviene una vittoria di stretta misura del Sì per preservare l’attuale equilibrio a sinistra. E non ritrovarsi più indebolita nella lunga rincorsa verso il le elezioni.

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