Era in parte prevedibile la performance della manifestazione sovranista di Firenze. Meno prevedibili appaiono il giorno dopo i riflessi politici che essa potrà avere sulla maggioranza di governo. L’esibizione muscolare dei leader nazionali, da Salvini al francese Bardella, circondati da altri esponenti soprattutto di Paesi dell’Est, ha suscitato una qualche impressione sul piano mediatico ma è passata quasi del tutto inosservata sulla scena politica europea.
Questo non significa che le forze europeiste possano o debbano sentirsi autorizzate a snobbare l’evento fiorentino. Certo, un palco da cui risuonano solo slogan contro l’Europa, contro i burocrati e contro il finanziere Georgen Soros, contro l’immigrazione e contro la ridistribuzione degli immigrati, dove si prende a male parole la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il commissario Gentiloni, è quanto di più lontano dal confronto politico. Voleva essere una manifestazione elettorale, un’occasione per scaldare gli animi degli elettori e questo è stato.
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Il giorno dopo, però, bisogna soffermarsi a riflettere, e riflettere bene, sul tipo di campagna elettorale che attende l’Italia e gli altri 26 Paesi rappresentati nel Parlamento di Strasburgo. I riflettori sono accesi sulle forze radicali presenti nei due schieramenti perché dalla quantità dei loro consensi dipende il tipo di maggioranza che si potrà costituire, partendo dal presupposto che nessun partito, di centro o di sinistra, ha in programma di fare intese con Salvini o Le Pen.
La politica, si sa, si alimenta di paradossi. Negli ultimi tempi è diventato anzi il terreno propizio per coltivarne di sempre nuovi. Ecco il primo: da Firenze, Salvini ha fatto sapere al resto d’Europa che lui e la Lega governano “molto bene” con Meloni e Tajani. I quali, a loro volta, hanno fatto sapere a Salvini che non intendono mai governare in Europa con i suoi alleati sovranisti che trovano ingombranti e soprattutto inaffidabili.
Il secondo paradosso, forse più lunare del primo: Salvini ha spiegato ieri, a Firenze, che non è nata un’alleanza politica fra sovranisti, ma si è manifestato solo “un sentimento d’amicizia”. Come potrebbe mai nascere un’alleanza politica fra partiti impegnati ciascuno a difendere il proprio orto nazionale contro gli altri? E quale mai sentimento di amicizia possono coltivare se il francese Bardella ha ribadito che ciascuno deve tenersi i propri immigrati e se la sbrigasse da sé? Il sovranismo, insomma, è vittima degli stessi steccati che vuole costruire e che dovrebbe invece superare per avere voce in capitolo nel Parlamento europeo. Ne sa qualcosa Nigel Farage, il profeta della Brexit sparito dalla scena europea e inglese una volta realizzato il progetto.
Un paradosso via l’altro, ed ecco il terzo, più imbarazzante dei primi due per Giorgia Meloni e Antonio Tajani. Presentarsi ai vertici europei con una maggioranza che tollera al suo interno un alleato che spara a palle incatenate contro i vertici europei non è un gran biglietto da visita. Sotto questo aspetto è intuibile l’imbarazzo nella maggioranza per un partito che punta a trarre profitto da una campagna elettorale spregiudicata anche a rischio di minare le ragioni stesse dell’alleanza.

Non si è ancora al punto di rottura, nè è scontato che si debba mai arrivarci. Vero è che aggiungere ai dossier aperti, si tratti della giustizia o del premierato, che pure qualche affanno provocano a Meloni, le fibrillazioni provocate da un alleato riottoso e spregiudicato non giova certo alla stabilità dell’esecutivo.
Da qui a giugno saranno mesi di passione per il governo, solo in parte leniti dalla nebbia in cui si muove il Pd, incalzato da un Giuseppe Conte baldanzoso e abile nel gioco tattico a tagliare tutte le vie di uscita. Di più si capirà nelle prossime settimane, quando si vedrà fino a che punto Salvini oserà tirare la corda della distinzione dalla maggioranza senza spezzarla. È un gioco ad alto rischio per il governo e di scarso profitto per lui.
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