I riformisti del Pd alzano la testa, Schlein difende il “campo largo” ma del programma non c’è traccia

L’unità a cui lavora Elly Schlein non è troppo diversa dal cubo Rubik: allineati su un lato, rimangono scombinati i colori degli altri. “Va bene il pluralismo ma poi una volta fissata, la linea è quella della maggioranza e gli altri si adeguano”, dice la segretaria. I riformisti (Giorgio Gori) difendono con i denti la libertà di voto sul referendum sulla giustizia. Un Bonaccini redivivo incalza: va bene l’unità ma non basta senza un’idea di Paese. Un’idea difficile da formulare senza il consenso di Conte, Fratoianni e Bonelli

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Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, lo ha detto a chiare lettere: basta farci menare per il naso da Giuseppe Conte. Giorgio Gori, parlamentare europeo e già sindaco di Bergamo, non è stato da meno: intollerabile apostrofare come fascisti quegli esponenti di sinistra favorevoli alla separazione delle carriere. La sintesi di tanti mal di pancia l’ha fatta per tutti Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo: siamo ancora un partito pluralista, c’è ancora posto per idee diverse dalla maggioranza? A tutti ha ricordato che il Pd di Prodi e di Veltroni è nato come sintesi di culture diverse e a tutte veniva riconosciuta la stessa cittadinanza.

La direzione del Pd celebrata a porte chiuse venerdì 6 febbraio non è stata una resa dei conti interna, però non è stata neppure una seduta di psicanalisi. Tutti, a cominciare da Elly Schlein, hanno detto pane al pane e vino al vino. La segretaria un po’ è stata colta di sorpresa dalla veemenza e dalla franchezza con cui gli oppositori interni hanno posto le questioni, di forma e di sostanza. La pattuglia dei cosiddetti “riformisti” (Guerini, Delrio, Picierno, Gori, Madia) aspettava la direzione che non si riuniva da un anno per mettere sul tavolo i motivi di crescente insoddisfazione per la gestione del partito ma, in particolare, per la fumosità in cui rimane avvolta la proposta del campo largo.

Sono tante le ragioni alla base di uno scontro destinato a inasprirsi nei prossimi mesi, ma il cui esito è difficile intravvedere oggi. La politica europea e la guerra in Ucraina sono i due capitoli su cui dentro il Pd esiste una distanza siderale fra maggioranza e minoranza. Picierno ha più volte rimproverato a Schlein di essere l’unica leader di sinistra in Europa a non essere mai andata a Kiev. A lei vanno aggiunti Conte, Fratoianni e Bonelli. Cioè nessun esponente del presunto “campo largo” ha mai ritenuto di portare la propria solidarietà al popolo ucraino, gesto fatto da tutti i leader della sinistra europea.

Sulla difesa europea, che cosa può dire il Pd per non contrariare i potenziali alleati? Un vago e generico sostegno alla costruzione di una comune politica di difesa. Giorgio Gori è implacabile sul punto: difesa e politica estera non sono competenze dell’Unione ma dei singoli Stati nazionali e dunque il potenziamento dei sistemi di difesa non può che avvenire su base nazionale, in attesa che una maggiore integrazione politica trasferisca le stesse competenze a Bruxelles.

Alla fine della direziome, la relazione di Elly Schlein ha ricevuto 11 voti di astensione (venti, secondo alcuni partecipanti) su circa 175 presenti. Il punto non è questo, dal momento che era scontata l’approvazione. La sostanza vera della discussione è nella chiarezza di uno scontro che ha permesso di formalizzare i punti veri di dissenso sulla strategia politica. Qualcuno (e il pensiero corre a Carlo Calenda) potrebbe immaginare imminente la spaccatura del Pd con l’uscita della componente riformista. Non è così, per la ragione che ci sono passi da compiere e atti da formalizzare perché il dissenso emerso il 6 febbraio diventi una divisione insanabile.

Nel suo intervento Schlein ha evitato con accortezza di far cenno ai punti di attrito nel campo largo. I suoi riferimenti all’Ucraina e all’Europa sono stati vaghi e rituali, tali da non irritare o anche solo insospettire gli alleati. È impressione che sarà così ancora per un bel po’ di tempo. La vaghezza sulla politica estera è l’espediente a cui Schlein si affida per tenere insieme quello che insieme non potrebbe stare: il campo largo e l’unità del Pd. Una parola più netta potrebbe rafforzare il campo largo e restringere il Pd o, viceversa, restringere il campo largo e rafforzare l’unità del Pd e consolidare la leadership di Schlein,

Sé questa è la strategia, sembra evidente che la leader tenterà di rinviare fino all’ultimo minuto utile una parola chiara sulle questioni irrisolte. Magari un mese o due prima delle elezioni politiche, così da togliere il tempo ai suoi oppositori interni per organizzare l’uscita dal partito e un’eventuale alleanza con altre forze. Ben si comprende l’impazienza di Calenda, ma le sue quotidiane sollecitazioni ai riformisti del Pd sono destinate a rimanere lettera morta finché altri passaggi politici non saranno stati consumati.

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