Il Corriere della Sera, nella rubrica “Dataroom” del lunedì di Milena Gabanelli, ha ricordato che dal 1946 ad oggi la durata media dei governi in Italia è di 361 giorni, e dal 1994 con la Seconda Repubblica arriviamo a 533. Nei 78 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 68 governi e 32 presidenti del Consiglio e le crisi hanno occupato complessivamente 1.959 giorni, cioè più di 5 anni, lo spazio equivalente a un’intera legislatura. Dal ´94 si sono succeduti 18 governi con 12 premier, e in Europa siamo dunque i messi peggio come durata dei governi, e di conseguenza come stabilità politica, il vero vulnus che ci penalizza di fronte ai partner europei.
Non a caso sono decenni che si discute la formula magica della stabilità politica, ma finora non c’è riuscito nessuno, e ora si ripropone il quesito: restare una Repubblica parlamentare o approdare al presidenzialismo? In una Repubblica parlamentare il presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento e ha funzioni di rappresentanza e garanzia della Costituzione, mentre i cittadini eleggono il Parlamento che deve poi dare la fiducia al governo, il cui presidente del Consiglio è espressione dei partiti di coalizione che vincono le elezioni.
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Un modello che Giorgia Meloni ha definito di “democrazia interloquente”, al quale sarebbe da preferire uno di “democrazia decidente”. Nel maggio scorso, al termine di un summit di costituzionalisti riuniti al Cnel, la ministra delle Riforme Casellati disse che la preferenza andava al premierato, anche se il programma di governo con cui il centrodestra ha vinto le elezioni prevedeva l’elezione diretta del Capo dello Stato. Il premierato, alias “sindaco d’Italia”, è da tempo il cavallo di battaglia di Renzi, ma Italia Viva è l’unico partito di opposizione disposto ad aprire un confronto costruttivo con la maggioranza.
Vedremo se questa sarà la volta buona per una riforma istituzionale che affronti il problema della governabilità senza creare scompensi negli equilibri col Parlamento. I precedenti non inducono però all’ottimismo, visto che tutti i tentativi di modificare la forma di governo sono miseramente naufragati nella palude dei veti incrociati e delle retromarce in extremis. La Bicamerale presieduta da D’Alema – il quale avrebbe voluto il premierato forte – arrivò a un passo dal semipresidenzialismo prima di naufragare, ma l’atteggiamento complessivo della sinistra ortodossa è sempre stato quello di un partito rigorosamente anti-riforme, anche se nel 2008 Franceschini si schierò apertamente per il modello francese, salvo mettersi di traverso quando il semipresidenzialismo fu proposto qualche anno dopo dal centrodestra.
Non solo: l’elezione diretta dei sindaci fu considerata da tutti un modello che, responsabilizzando di fronte al corpo elettorale i capi delle amministrazioni, avrebbe dovuto essere esportato anche a livello nazionale proprio per dare stabilità ai governi. Ma quando lo ripropose Berlusconi, quel modello si trasformò automaticamente in una deriva autoritaria, la stessa sorte che sarebbe poi toccata alla riforma Renzi-Boschi.
Ora, dunque, torna in pista il sindaco d’Italia, un premierato forte che garantirebbe ai cittadini di poter scegliere non solo un partito, ma anche un programma, una coalizione, una proposta di governo, oltre al primo ministro. Una riforma che sarebbe stata il coronamento ideale del ventennio in cui di fatto gli italiani hanno eletto direttamente il premier, con i nomi dei candidati che comparivano direttamente sui simboli elettorali, ma con i meccanismi istituzionali fermi al secondo dopoguerra: è il caso di scuola di una Costituzione materiale che sostituisce quella formale.
L’Italia avrebbe bisogno come il pane di un sistema che preveda l’elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier, anche perché la nostra architettura costituzionale ci pone in condizioni di svantaggio, in termini di capacità decisionale, rispetto alle altre grandi democrazie. Rendere più efficienti le istituzioni e garantire la governabilità sarebbe anche il modo per riavvicinare la politica ai cittadini e un possibile vaccino contro il populismo. Certo, realizzare questa svolta copernicana in un Parlamento diviso, in cui la sinistra non arretra dalle sue barricate ideologiche, sarebbe un vero miracolo. Sapendo che le riforme varate a maggioranza non sono mai andate a buon fine.
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