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Quanto pesa lo strappo di Vannacci nella sfida elettorale del 2027

L’uscita dalla Lega, da molti ritenuta improbabile se non impossibile, alla fine si è realizzata nel peggiore dei modi. Ingrato e traditore gli aggettivi più ricorrenti usati dagli esponenti leghisti. Salvini “deluso e amareggiato” dovrà in qualche modo riformulare la linea politica. Zaia polemizza indirettamente con Salvini: gli abbiamo aperto le porte e accolto come un principe. Un sondaggio a caldo accredita Vannacci del 4,2% dei consensi. È prematuro pesare la forza di un partitino senza un orizzonte politico e con un leader ambizioso nelle aspirazioni quanto modesto nella strategia politica. Matteo Renzi è di tutti il più convinto che l’uscita di Vannacci è un assist per il centrosinistra

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Ingrato” e “traditore” sono gli aggettivi che più ricorrono in queste ore fra i leghisti per commentare l’uscita di Vannacci dalla Lega. Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma l’operazione è stata preparata e condotta in modo abborracciato. Da militare, Vannacci si affida a poche parole d’ordine, evocative della Decima Mas o di altri eventi legati al fascismo. L’unico punto programmatico da lui sfiorato riguarda la “remigrazione” ovvero la folle ipotesi di rimpatriare tutti gli immigrati clandestini.

È una fatica inutile cercare altri spunti programmatici nella sua decisione di uscire dalla Lega. Le adesioni parlamentari a “Futuro nazionale” sono incerte nel numero. Si pensa a 6, forse 7 deputati della Lega. Ha aderito al suo movimento l’unico consigliere leghista in Toscana, così che Salvini non ha più rappresentanti nel Consiglio regionale. Un obiettivo di Vannacci però è del tutto evidente: danneggiare il centrodestra, la Lega più di altri, poiché non lo hai mai accettato fino in fondo come un suo alleato, avendolo vissuto come un corpo estraneo.

È complicato però immaginare una strategia politica credibile al punto da impensierire Giorgia Meloni. Qualche grattacapo sicuramente lo avrà Salvini. C’è del vero nelle parole di Zaia quando afferma che senza Vannacci la Lega può ritrovare e ridefinire meglio la propria identità. Però quando ricorda che è stato accolto a porte aperte e trattato come un principe, Zaia sta rivolgendo una critica neanche troppo velata alla superficialità con cui Salvini ha condotto l’operazione. I grattacapi di Salvini sono più d’uno. Da un lato deve fronteggiare la guerra che Vannacci farà da posizioni di destra radicale, dall’altro non può spingersi oltre un certo limite senza compromettere ulteriormente l’identità leghista.

I sondaggi delle prime ore accreditano Vannacci del 4,2% dei consensi. Gli arriverebbero dalla Lega in larga misura, in buona parte da Fratelli d’Italia, Forza Italia, senza escludere apporti dei non votanti che potrebbero subire il richiamo del generale e tornare alle urne. Sono sondaggi, come è ovvio, scritti sull’acqua. La fortuna non è mai stata buona alleata di formazioni come quella a cui darà vita Vannacci. L’ipotesi che sia un fuoco fatuo è quella più realistica e pensare a un 2-2,5% di voti appare il traguardo più probabile.

Tanto basterebbe, però, per restituire un minimo di suspence alle politiche del 2027. Quel gruzzolo di consensi potrebbe rimettere in discussione o rendere più complicata un’affermazione del centrodestra che fino a ieri appariva scontata sempre che, s’intende, l’opposizione sappia impostare la strategia giusta per trarne profitto. È prematuro valutare l’impatto che un’opposizione di destra radicale potrà avere su un centrodestra a questo punto ricalibrato su posizioni moderate proprio grazie allo strappo di Vannacci.

È pur vero che neutralizzare Vannacci sul piano elettorale comporta qualche prezzo da pagare, per esempio, nelle politiche securitarie e nel contrasto alle manifestazioni infiltrate da gruppi di violenti. Come pure un inasprimento delle politiche di controllo dell’immigrazione. Tutto sta, per Meloni, a evitare di inseguire il generale oltre un certo limite superando il quale ne farebbe il protagonista che ha cambiato la natura del centrodestra. Questo renderà più complicato per Meloni l’equilibrio fra la politica europea e le politiche di sicurezza interna.

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