consorzio arcale

Primo partito e miglior perdente. La dura lezione ligure per il Pd

Ha vinto Bucci e perso Orlando. Elly Schlein prigioniera della contabilità elettorale e del potere interdittivo di Conte non trova una direzione di marcia. Il Pd più forte e più solo, con alleati ininfluenti

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La contabilità elettorale ha più di un contatto con la teologia. Si inabissa infatti in percorsi oscuri, si inoltra in cunicoli sconosciuti alla ragione comune per riemergere con spiegazioni convincenti sulle cause di una sconfitta e ti consente per qualche tempo di ignorare le radici che l’hanno nutrita. In Liguria ha vinto Marco Bucci, candidato della destra, e ha perso Andrea Orlando, candidato non si sa se del campo largo, della sinistra, dei progressisti o di chissà chi. E già la vaghezza sull’identità dei padrini è un primo handicap.

A sconfitta acquisita, quella parte che ognuno chiamerà a suo piacimento, si è inchiodata nella più sofistica delle discussioni: con Renzi nell’alleanza si sarebbero aggiunti voti oppure se ne sarebbero persi altri dal côté grillino? Sommarre o sottrarre, è la condizione in cui si sono cacciate le opposizioni non si sa se per convinzione o per esorcizzare quell’altro esercizio faticoso e suggestivo, ma anche più redditizio nella distanza, chiamato politica.

Tirare le somme a urne chiuse, sapendo di trovarvi la polvere di una battaglia persa, può essere utile se chi ha condotto la battaglia sa farsi carico della sconfitta dei suoi alleati. Il Pd ha ragione di esultare per essere la prima forza politica in Liguria, ma dalla somma dei voti deve sottrarre la débâcle dei suoi alleati. Se sei la forza guida di un’alleanza devi caricarti delle tue e delle responsabilità degli altri. Chiedersi se i Cinquestelle, mutilati dallo scontro spietato tra il fondatore e il presunto usurpatore, sono l’alleato che ti manca oppure l’ostacolo che ti impedisce di parlare a una platea più vasta di elettori, è la soglia minima del buon senso.

Non esistono le sconfitte gloriose in un tempo che non prevede più vittorie generose e vincitori clementi. Quel 27% da cui guarda le macerie dei suoi alleati, a sinistra e al centro, non è un trono di comando. È un Golgota in cui Elly Schlein è stata chiamata a espiare il vuoto di cultura politica e di programmi, di idee bullonate a terra, spendibili perché comprensibili, comprensibili perché praticabili. E attorno alle quali costruire quello che si può, con il materiale umano e il cemento politico che si ha. Quel 27% ligure non è presagio di nulla. È una pagina scritta da un Andrea Orlando volenteroso oltre ogni credere, ma non è detto che sia replicabile domani in Emilia Romagna e Umbria e dopodomani in Veneto o in Campania.

La fatica di scegliere è la prova di maturità per ogni leader. La furbizia di immaginare un campo fluido di alleanze, lasciando ai tuoi alleati la libertà di scornarsi fra veti e rancori personali, può procurare qualche vantaggio temporaneo al Pd ma lo condanna a mostrare tutta la sua impotenza nel tenere insieme quello che insieme non può stare. Se Schlein subisce il riflesso condizionato del vecchio Pci, per cui “mai avere nemici a sinistra”, prenda fiato e si chieda se Conte stia davvero alla sua sinistra oppure se non sia l’ostacolo che impedisce al Pd di ricodificare il concetto di sinistra su una base ideologica, viva e contemporanea.

Al pari di Salvini, Conte è titolare di un potere di interdizione, l’unico a disposizione delle forze populiste, e lo esercita grazie all’ossessione della contabilità elettorale in cui si infila l’alleato maggiore. Con una differenza rilevante: Meloni ha neutralizzato il potere interdittivo di Salvini, fino a renderlo ininfluente. Certo, è favorita dal ruolo, ma neppure è intimorita dall’idea di perderlo a causa del suo alleato riottoso. La legge elettorale è dalla sua e lei impone il ritmo agli alleati. Schlein dispone della stessa legge e affronta gli stessi problemi. Deve trovare la direzione di marcia e nessuno può aiutarla nell’impresa.

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