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Prescrizione: la tripletta garantista del centrodestra

Finalmente la maggioranza, col sostegno dei gruppi centristi, ha battuto il primo vero colpo garantista

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Finalmente la maggioranza, col sostegno dei gruppi centristi, ha battuto il primo vero colpo garantista: nel giro di poche ore l’aula della Camera ha infatti prima votato la fiducia al decreto Intercettazioni-omnibus e poco dopo la commissione Giustizia ha dato via libera al testo base per la riforma della prescrizione che riporta il quadro normativo alla “ex Cirielli”. Di fatto, un triplo colpo di spugna: sulla legge Orlando del 2017, sulla Bonafede del 2019 e sull’improcedibilità introdotta due anni fa dalla riforma Cartabia. E’ stata, va detto, una vittoria del ministro Nordio, ma questa volta soprattutto di Forza Italia, che ha avuto la meglio sui settori giustizialisti del centrodestra.

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La riforma Bonafede di quattro anni fa aveva abolito la prescrizione dopo il primo grado di giudizio: nessun termine – o “fine processo mai” – quindi dopo la prima sentenza di condanna o di assoluzione. La legge venne parzialmente modificata con la riforma Cartabia dove si ricorreva al concetto di improcedibilità: tempi fissi (due anni dal ricorso in appello e uno dal ricorso in Cassazione) oltre i quali il processo non poteva essere più, per l’appunto, procedibile e che dunque andava ad estinguersi. I termini erano prorogabili rispettivamente di un anno e di sei mesi per reati gravi o processi complessi. Ora tutto ritornerà a prima che s’insediasse il governo grillino. Il testo base approvato elimina l’istituto della improcedibilità in appello, supera la legge Bonafede che bloccava il decorrere dei tempi di prescrizione dopo il primo grado di giudizio e prevede un ritorno alla “prescrizione sostanziale” della legge ex Cirielli del 2005.

Sul cosiddetto “processo breve” lo scontro politico va avanti da almeno due decenni: in realtà dovrebbe chiamarsi “processo certo” o, meglio ancora, “ragionevole durata del processo”, cioè un procedimento giudiziario con tempi certi di svolgimento dei vari gradi di giudizio. La giurisprudenza sia della Cassazione che della Corte di Strasburgo ha imposto allo Stato italiano, ogni anno, milioni e milioni di euro di risarcimenti proprio per la lentezza cronica della nostra giustizia. Il processo breve, insomma, non è un processo sommario o affrettato, come lo descrive la sinistra, che peraltro in passato aveva presentato disegni di legge con la stessa ratio. Per questo vale la pena fare un riassunto delle puntate precedenti.

Il centrodestra, quando era Guardasigilli Alfano, aveva presentato una riforma che distingueva i tempi della durata dei processi a seconda della pena prevista per il reato. Per i reati con pene pari o superiori a dieci anni l’estinzione scattava dopo quattro anni in primo grado, due anni in secondo e un anno e sei mesi in Cassazione. In caso di annullamento della Cassazione con rinvio al tribunale o in appello era previsto un anno per ogni grado di giudizio. Ma per i reati più gravi di mafia e terrorismo i termini salivano a cinque anni per il primo grado, tre per il secondo e due per la Cassazione. Per questi reati inoltre, in considerazione della complessità delle indagini o della numerosità degli imputati, il giudice aveva la facoltà di prorogare i tempi di un terzo per ciascun grado di giudizio.

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La realtà, insomma, dimostra quanto siano state strumentali in questi anni le posizioni del Pd, che nel 2006 (quando era ancora Pds) presentò al Senato una proposta di legge (la numero 878 del 26 luglio 2006) molto simile a quella del Pdl, con una sola variante nei tempi, stabiliti in due anni per ogni grado di giudizio, mentre salivano da due a quattro per le indagini preliminari. Quella proposta portava le firme di Finocchiaro, Brutti, Calvi, Casson e Pegorer, i quali scrivevano testualmente: “Nei procedimenti in corso il termine di prescrizione sarà quello risultante in concreto più vantaggioso per l’imputato, a seconda che si applichi la disciplina vigente (cioè la legge Cirielli del 2005) o quella di nuova introduzione“. La proposta, nelle sue linee essenziali, non divergeva se non marginalmente dal vituperato “processo breve”, eppure allora non insorsero né l’Anm né il Csm. Ma, se andiamo ancora indietro nel tempo, al 22 gennaio del 2004, si scopre che i massimi esperti di questioni giudiziarie dei Ds (Fassone, Ayala, Maritati, Brutti e Calvi) avevano presentato un ddl che prevedeva due anni massimo di processo in primo grado, due per l’appello, due per il terzo grado, e in caso di sfondamento del limite previsto, processo prescritto per tutti. Anche per i processi in corso, “a meno che convenga all’imputato l’applicazione della vecchia normativa“. E allora? Questo significa che chi oggi critica scandalizzato la svolta garantista del centrodestra sulla durata massima dei processi ha quantomeno la memoria corta.

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