Un dittatore spietato è stato prelevato nottetempo dalla sua abitazione, insieme alla moglie, e condotto a New York per essere processato. Maduro accusato di aver favorito i narcotrafficanti. Non è accusato di vessazioni contro i cittadini, di violazione dei diritti umani e di abuso di potere. Né avrebbe potuto processarlo per questo un tribunale di New York. Quei reati, ove fossero riconosciuti, ricadrebbero sotto la giurisdizione dell’Onu e della Corte Penale Internazionale.
A Donald Trump non interessano. Ha fatto prelevare un despota sanguinario accusandolo di narcotraffico verso gli Stati Uniti e dunque affidandolo alla giustizia del suo Paese. In attesa del processo, Trump ha intanto esultato per i risultati raggiunti dal lato commerciale: in pochi giorni importati dal Venezuela 30 milioni di barili di petrolio per un valore di 4 miliardi di dollari. Business is business, e ci sta.
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È da chiedersi: se nel frattempo si fosse insediato un governo democratico, quei 30 milioni di barili avrebbero avuto lo stesso valore oppure sarebbe stato negoziato al rialzo da un governo legittimato dal popolo? Dal primo momento del blitz che ha portato all’arresto di Maduro, Trump non ha fatto mistero delle sue reali intenzioni: riportare le piattaforme petrolifere al largo dei Caraibi sotto il controllo delle oil companies americane. In Venezuela non c’è, e non ci sarà ancora per molto tempo, un regime change.
Anche se le elezioni del 2024 avevano decretato la vittoria limpida di Urrutia e di Machado contro Maduro, quest’ultimo aveva rovesciato l’esito attraverso clamorosi brogli elettorali. Rodriguez è garanzia di continuità del regime, con una differenza rilevante: lei ha accettato di essere pronta a tutelare gli interessi americani. Anche per questo il popolo venezuelano ha capito che non ci sono buoni motivi per scendere in piazza a festeggiare qualcosa che non è accaduto né si sa se potrà mai accadere.
Il Venezuela rimane una storia a sé, o meglio, rientra nel domino che Trump è pronto a scatenare in tutto il continente americano. Altra storia è la sommossa di popolo che da giorni scuote il regime teocratico a Teheran. Tutto è iniziato a causa di una brusca impennata dei prezzi che ha provocato disagi intollerabili a una popolazione già stremata da lunghi anni di sanzioni internazionali. La battaglia contro il carovita è solo il più recente capitolo di una più complessiva battaglia per la libertà.
Le scene riprese con smartphone o altri mezzi di fortuna e finite sulle piattaforme raccontano di milioni di persone affamate di diritti civili, di libertà di opinione e di pensiero. La ragazza bullizzata e arrestata mesi fa dalla “polizia morale” perché aveva i capelli che sporgevano da sotto il niqab ha fatto da innesco a una protesta dapprima circoscritta, ma poi cresciuta e tenuta viva da gruppi minoritari ma ben radicati nelle Università a Teheran e a Isfahan. Un fuoco rimasto acceso sotto le ceneri di una repressione feroce fatta di arresti, condanne sommarie e impiccagioni, di studenti soprattutto ma di chiunque osasse accennare al dissenso più velato.
È la fame di libertà che sprigiona dalle nuove generazioni. In questo senso il web si conferma uno strumento prezioso per innescare movimenti, conoscere realtà altrimenti irraggiungibili. E se un popolo si muove per reclamare non solo il pane, ma quei diritti umani sempre negati, anche il più spietato e sanguinario dei regimi barcolla. Da giorni si rincorrono voci su Ali Khamenei, la guida suprema del regime, che avrebbe organizzato la fuga a Mosca per sé e le sue mogli, unitamente ai più stretti collaboratori. Certo è che un epilogo traumatico non è da escludere perché la fine del regime degli ayatollah appare oggi meno lontana di un tempo.
In questo scenario si è inserito Donald Trump con le reiterate minacce di agire contro il regime iraniano se questo dovesse reprimere nel sangue le sommosse di questi giorni. La dura replica di Khamenei, con la promessa di far pagare un caro prezzo all’America se dovesse intervenire in Iran, appare al momento una pistola scarica. Viene da chiedersi se è davvero della democrazia in Iran che importa a Trump o piuttosto è la possibilità di neutralizzare una minaccia permanente che da decenni tiene sotto scacco l’intera regione, oltre a essere il principale sostenitore e finanziatore del terrorismo di matrice islamica.
Gli iraniani che affollano strade e piazze sfidando la polizia e i militari hanno sentimenti incomprensibili per Trump o comunque lontani dalla sua sensibilità. A Teheran sfidano un potere dispotico e cieco, esattamente l’opposto della sfida lanciata il 6 gennaio 2021 dalle centinaia di violenti che a Washington entrarono nel Congresso per protestare contro l’elezione democratica e legittima di Joe Biden. Trump soffiava allora sul fuoco per contestare la democrazia, e soffia oggi sul fuoco per far crollare il regime iraniano. Se poi sarà la democrazia a vincere, poco gli importa.
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